Prove fantasma per arrestare un sottosegretario

La vicenda siculo-calabrese sembra quella del Bar Mandara di Roma con il gip Squillante

Gian Marco Chiocci

nostro inviato

a Catanzaro

È un remake siculocalabrese dell’intercettazione al Bar «Mandara» di Roma, quella fra il capo dei gip romani Squillante e il pm Misiani dove si sarebbe detto di tutto all’insaputa di una «cimice» che in realtà, si è scoperto anni dopo, disse poco o nulla. Di una storia simile, per certi versi ancor più grave, se ne è avuta conferma ieri a margine di un processo a Catanzaro (competente a indagare sui magistrati della Procura generale di Reggio Calabria) a seguito di un esposto-denuncia inerente la manipolazione di un’intercettazione avvenuta sempre in un bar, l’«Antico» di Messina, e divenuta il caposaldo accusatorio dell’inchiesta sulla presunta lobby immobiliare al soldo di Cosa Nostra che ad aprile portò in carcere, fra gli altri, l’ex sottosegretario al Tesoro, Santino Pagano, il giudice Giuseppe Savoca, l’imprenditore Salvatore Siracusano, il vicequestore Alfio Lombardo, e altre quaranta persone.
La perizia disposta dal tribunale di Catanzaro ha confermato le falsificazioni sulla cassetta, «ovvero - spiega l’avvocato Armando Veneto, difensore di Pagano e Siracusano - ha accertato che al suo interno non c’è nulla delle frasi e dei riferimenti criminali che sono poi stati contestati agli indagati, e che hanno portato all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare». Adesso qualcuno, fra magistrati, periti d’ufficio, trascrittori, funzionari della Dia, e chiunque altro abbia avuto a che fare con la cassetta, dovrà dare una spiegazione.
La storia di questa bobina è antica, controversa, a lungo ha avuto anche risvolti inquietanti ma sembrava risolta con il provvedimento di archiviazione che il gip di Milano aveva emesso il 17 luglio 2002 in merito ad un altro procedimento per mafia che vedeva implicato l’imprenditore Siracusano dopo l’ascolto di ben 58.000 intercettazioni ambientali e telefoniche, nessuna delle quali era stata però ritenuta decisiva per l’accusa. Siracusano venne scagionato, ma a distanza di quattro anni una della 58mila intercettazioni precedenti (quella del 23 luglio 2001) venne ripescata dall’archivio poiché in essa - a sorpresa - secondo un esperto vi sarebbero stati chiari riferimenti a omicidi, armi, droga, rapporti con esponenti della criminalità organizzata e via discorrendo. «Tale incredibile scoperta sembra sia avvenuta nel corso di un incidente probatorio - allarga le braccia l’avvocato Veneto - allorché un perito ha informato il giudice d’aver sentito qualcosa di grave nella cassetta. Il giudice, anziché darne notizia alle parti, ha informato il solo pubblico ministero il quale facendo una cosa abnorme, ha affidato il tutto ai periti che d’intesa col perito d’ufficio hanno prodotto una trascrizione». Quella incriminata. Quella definita «falsa». Già perché all’insaputa del pm e dei periti di riferimento, la Difesa era ancora in possesso del nastro originale dal quale - attraverso ulteriori consulenze - continuavano a non emergere assolutamente le circostanze riportate nell’ultima trascrizione. «Delle due, l’una», attacca l’avvocato Veneto: visto che in atti non esiste un’altra intercettazione, o è stato manomessa l’originale oppure sono state contraffatte le trascrizioni.
Che non vi fossero riferimenti delinquenziali nella cassetta della discordia, ancor prima degli arresti voluti dalla Procura generale di Reggio Calabria, erano stati in tanti a certificarlo. A cominciare proprio dalla Dia che invano aveva spedito il plico al suo Ufficio supporti tecnico investigativi di Roma per una «pulizia» dai rumori e dalle voci in sottofondo. Niente, non si sentiva nulla. L’impossibilità a decifrare la conversazione era ribadita il primo ottobre 2001 con un’informativa della Dia di Messina («la qualità della registrazione, particolarmente disturbata da voci e rumori di fondo, non ha consentito di decifrare il contenuto del colloquio») e nella nota della Procura di Milano-Dda del 20 giugno 2002 («il contenuto del dialogo, pur posto sotto ascolto, svoltosi al bar Antico e durato mezz’ora, non si conosce per la cattiva qualità della registrazione»).
Anche laddove alcune parole pronunciate con espressioni dialettali calabresi (quando i tre interlocutori sono messinesi) sembrano nitide, ne è uscita una interpretazione completamente diversa. Dalla droga ai mitra kalashnikov, dagli appalti ai boss mafiosi fino alle ordinazioni al bancone del bar. Per la Difesa al giro di nastro 00.06.36.17 si fa chiaramente cenno a «un aperitivo analcolico», «analcolico?», «un crodino?». Per l’Accusa no, si tratta invece di narcotrafficanti («di informazioni di hashish») dove chi ha parlato incautamente al telefono viene definito un cretino («e iddi parrai chi telefoni», «fu cretinu»). Crodino o Cretino? Sbagli, abbagli o trascrizioni in malafede?