Prove di guerra Iran-Usa Hormuz, sfiorato lo scontro

Motovedette iraniani si avvicinano a tre navi da guerra statunitensi e fingono un attacco suicida. Poi l’improvvisa ritirata. Il Pentagono: "Gravissima provocazione". La replica: "Fatto normale"

È stata una danza di guerra, è durata venti minuti ed è sembrata l’alba del nuovo conflitto. Succede alle cinque di domenica mattina nel mezzo dello stretto di Hormuz, in quel budello di mare tra Repubblica Islamica e Oman, dove transita il 20 per cento della produzione mondiale di greggio. In quel budello strategico cinque motovedette iraniane costringono tre navi statunitensi a ballare sull’orlo dell’abisso. Una danza di venti minuti, un balletto che, per poco, non trascina marinai e nazioni allo scontro irreparabile. Prima il lancio di misteriosi galleggianti bianchi, poi l’affondo di un barchino puntato come una torpedo suicida, infine - mentre gli americani son pronti al fuoco - l’ultima, provvidenziale virata.

Quell’incidente, divulgato da Washington a 48 ore dalla partenza del presidente George Bush per il Medio Oriente, rischia di riaccendere il grande confronto, di riportare al livello di guardia il faccia a faccia con la Repubblica Islamica. Il ministero degli Esteri di Teheran minimizza, lo definisce un fatto normale, dovuto alla mancata identificazione delle navi statunitensi, ma i funzionari del Pentagono parlano della «più grave provocazione mai vista finora» e il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, intima di «evitare altre azioni provocatorie capaci di portare a seri incidenti».

Tutto inizia alle cinque di domenica mattina mentre l’incrociatore statunitense Uss Port Royal, la fregata Ingraham e il cacciatorpediniere Uss Hopper imboccano la strettoia a gomito che dal Golfo di Oman risale nel Golfo Persico.

In quella strozzatura, larga nel punto più angusto meno di cinquanta chilometri, l’allarme è ai massimi livelli. Da lì transitano le navi americane e le portaerei che da un anno battono il Golfo Persico. Lì nell’aprile del 1988 la marina statunitense affondò due navi e sei motoscafi iraniani. Due mesi dopo, sempre lì, abbatté un volo di linea di Teheran uccidendo 290 civili.

Domenica scorsa la storia sembra ripetersi. Le motovedette iraniane volteggiano a tutta forza tra incrociatore, fregata e cacciatorpediniere, si lasciano dietro una fila di misteriosi galleggianti bianchi. Sembrano mine e le navi americane devono prendere le contromisure. Le motovedette iraniane osservano, filmano, registrano la reazione ad un attacco di quel tipo. Poi il balletto si fa più minaccioso. Un barchino punta a tutta velocità la chiglia dell’incrociatore e le antenne dell’Uss Royal captano una minaccia «Stiamo arrivando... vi facciamo saltare». L’ordine di allestire cannoni, missili e siluri scatta immediato. I radar inquadrano le motovedette, trasmettono dati e telemetrie, le dita dei puntatori accarezzano i pulsanti rossi. Poi, «proprio nel momento in cui ci preparavamo ad aprire il fuoco», la virata e la scomparsa all’orizzonte.

Nella scia di quella provocazione galleggiano ora congetture e speculazioni. Il «balletto» di Hormuz precede la partenza di Bush verso Gerusalemme, i territori palestinesi e le principali capitali mediorientali. In quel viaggio il presidente ribadirà la determinazione a contrapporsi alla minaccia iraniana, a difendere Israele, ad appoggiare gli alleati arabi.

Teheran gioca d’anticipo e ricorda le linee guida di una strategia che prevede, in caso di conflitto, il blocco di uno dei principali assi energetici e l’incontrollata lievitazione del prezzo del petrolio. Il mancato scontro è costato ieri un immediato sussulto di mezzo dollaro verso la fatidica soglia dei cento dollari. In caso di guerra, fa capire Teheran, sarà assai peggio.