Le «prove» rischiano di imbarazzare gli inquirenti che le hanno raccolte

(...) Il più serio è relativo alla presunta estorsione ai danni di Luca Toni, il «peperone». Già il nomignolo non è così misterioso, ma fa semplicemente riferimento alla canzone-parodia dedicata dai tifosi del Bayern Monaco al bomber italiano. Ma soprattutto, se davvero Beppe Sculli e Safet Altic (l’ultrà rossoblù di origine slava) parlando tra loro nel corso della telefonata intercettata, girata a Cremona e pubblicata su tutti i media stavano organizzando un’estorsione, i magistrati cos’hanno fatto? Il loro compito quale sarebbe stato? Aprire immediatamente un fascicolo, indagare Sculli e Altic per un reato tanto grave e procedere, oppure mettere da parte il nastro in attesa di girarlo a qualche altro ufficio? Se c’è stata una tentata estorsione, un inquirente che non interviene può andare fiero un anno dopo di avere avuto in mano quelle «prove»?
Il concetto è identico anche ragionando su altri filoni. In particolare l’autogol degli inquirenti sembra clamoroso quando viene resa nota un’altra intercettazione. C’entra sempre Sculli, certo. Stavolta riceve un sms dall’ultrà Massimo Leopizzi. È il 16 aprile 2012. «Ok fratellino - scrive il tifoso al calciatore - tregua fino a Genoa-Siena. Poi liberi tutti. Con voi liberi di scappare. Se ci riuscite». Prego? Il 16 aprile, cioè 6 giorni prima che andasse in scena la vergogna del Ferraris, gli inquirenti sapevano tutto? Lo sapeva Sculli che era stato «avvisato», ma a quel punto lo sapevano anche quelli che intercettavano. E allora perché non hanno fatto nulla? Il dovere dei tutori della legge dovrebbe essere quello di evitare che si commettano reati. Eppure al Ferraris non erano presenti poliziotti in tenuta da ordine pubblico. Sul campo c’erano una decina di funzionari in borghese, armati di radiolina. Eppure sapevano da 6 giorni che i giocatori del Genoa erano stati «minacciati» dagli ultrà. Diffondere questa intercettazione sembra ora un gran brutto autogol. Soprattutto il presidente del Genoa Enrico Preziosi era stato smentito e dileggiato quando aveva detto che la questura non sembrava in grado di garantire l’incolumità dei giocatori. Molte posizioni e molte accuse piovute sulla società quel giorno, oggi potrebbero essere riviste alla luce del fatto che gli inquirenti sapevano da ben 6 giorni che per Genoa-Siena sarebbe successo qualcosa. Con i giocatori «liberi di scappare». Sempre che per queste frasi non si studi un’altra interpretazione, che magari celi qualche tentativo di combine, anziché il significato più semplice e diretto che hanno.
Senza contare che la storia delle «porte» di Kaladze fatte passare come una parola in codice per gli scommettitori, sarebbe dovuta essere ben nota ai magistrati prima ancora di mandare certe carte a Cremona. Perché - rivelano adesso Marco Mariano e Eduardo Mariani, legali del georgiano - «le porte c’erano davvero e compaiono in un fascicolo di indagine passato da Alessandria a Genova. Le ipotesi? Un tentativo di truffa allo stesso Kaladze e ai fornitori». Cioè i magistrati sapevano, con documenti ufficiali alla mano, che le «porte» non erano messaggi in codice come invece hanno ipotizzato.
La storia del vestito da cardinale. I disordini di Genoa-Siena già noti agli inquirenti. L’estorsione a Toni senza l’apertura di un’inchiesta. Le «porte» di Kaladze. Un 4-0 con quattro autoreti è roba da ufficio inchieste. Manderanno gli atti a Cremona?