Prove di ritorno al potere: tutti uniti alla festa di Santoro

Il leader della Margherita torna sul caso Borsellino: «Il candidato governatore toccava a noi, così si va a perdere»

Paolo Giordano

Fermi lì, sorridete: clic. Finirà così, finirà che questa è la foto ricordo dei ragazzi senza microfono, quelli rock, quelli che, accidenti, era un bel pezzo che non potevano festeggiare tutti insieme. Furio Colombo con la moglie Alice, Marco Travaglio con la compagna verità. Clic, ma c’è anche Antonio Baldassarre. Ma come, l’ex presidente Rai, ma come, il boiardo sulla Smart che esiliò Santoro, quello che quando arrivò per la prima volta in Viale Mazzini non c’era più una lira per pagare le tredicesime però la colpa era già la sua? Giulietto Chiesa, Antonio Di Pietro. Vedi, poi basta una festa e guai a chiamarla convention perché sennò scatta lo sghignazzo a Zelig. Lucia Annunziata, Citto Maselli.
Certo, innanzitutto ci vuole l’Ambra Jovinelli di Roma, il teatro rifondato da Serena Dandini, l’incubatrice che ha tenuto ben vive le grida di dolore di chi ora lavora più di prima, ma non si può dire perché ci sono le liste di proscrizione. Ora, se sei del Jovinelli, sei rock, altrimenti sei lento e beccati Porta a Porta. Fiorella Mannoia, Andrea Vianello. E poi ci vuole un’occasione come dio comanda, ad esempio la prima del reportage tv La Mafia è bianca firmato da Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, che per caso, ma solo per caso, erano nella legione di Sciuscià e quindi a loro sì che si può credere, mica sono Buttafuochi qualunque, e poi volete mettere la forza investigativa di far vedere Totò Cuffaro che si pulisce le orecchie? Perciò clic: alle nove della sera, coi sorrisi tirati da festa, tutti a baciare l’anello di Michele Santoro il dimissionario, l’ex Cincinnato con dodicimila euro al mese che finalmente «dal 17 novembre sapete dove trovarmi» perché in effetti all’Europarlamento il suo mezzo milione di elettori ne aveva subito perso le tracce. Per inciso, farà un programma. Per inciso, guai a voi se non vi piace altrimenti scordatevi le epifanie al Jovinelli. Corrado Augias, Sandro Curzi. Avendo digerito persino l’ossequio dell’infame Baldassarre, per Santoro (che tra l’altro è con sua moglie Sanja) qui è uno scherzetto liquidare pure D’Alema, al quale l’anno scorso ha elemosinato voti, ma che volete che sia, «la guerre c’est la guerre». «Va bene, è contro la fucilazione di Mussolini. Poi ci spiegherà anche di essere contro la ghigliottina e Robespierre e che durante l’assalto al Palazzo d’Inverno avrebbero dovuto bussare prima di entrare. Se è per questo, non credo che a Lenin sarebbe piaciuto cucinare il risotto in televisione». Per inciso, Lenin non avrebbe neanche strascicato un «si preparassero» come il suo da Celentano, che non sarà stato un picco d’ascolto, ma di brividi dei linguisti sì. Bianca Berlinguer, Corrado Guzzanti.
Insomma, tra intellettuali, attori, scrittori, plotoni di combattenti Rai che come si sa per quattro anni non hanno potuto scrivere nemmeno un solo, dicesi un solo servizio-uno contro Berlusconi, si respirava quello che per Dagospia è «il clima del ritorno al potere». A spintoni, per di più, a gomitate per entrare e lamentarsi un po’ prima di festeggiare il reportage con Cuffaro che si mette le dita nelle orecchie per confermare che la mafia è bianca e la faziosità è alla fine soprattuto cieca. Clic.