In provincia una baby orchestra studia già le sinfonie di domani

P lacido Domingo, il campione della musica lirica, ha un erede. Si chiama Jonas Kaufmann, un tenore prepotentemente bravo e prepotentemente bello. Con un colore della voce, ampiezza di repertorio, acume e fascino che ci porta dritti dritti al tenorissimo. Proprio a Domingo che oggi la Scala festeggia a quarant'anni dal debutto milanese. A lui dedica un gala con musiche di Richard Wagner, dal Tristan und Isolde (Preludio e Morte di Isotta), più primo atto di «Die Walkurie». Assieme a Domingo, oltre al direttore d'orchestra Daniel Barenboim, i cantanti Nina Stemme (Sieglinde) e Kwangchul Youn (Hunding). Il tutto, pare un passaggio di consegne, con Kaufmann che, assieme ad Anita Rachvelishvili, lunedì ha avuto un successo personale in Carmen, l'opera che ha aperto la stagione del teatro alla Scala. Fra il pubblico c'era Domingo che ha definito il giovane collega «il più grande Don José oggi in circolazione, sia come cantante sia come attore». Lo dice Domingo, l'ispanico, Don Josè alla Scala nel 1984 con Claudio Abbado sul podio. «Domingo ha detto questo di me? Ma è fantastico» esulta Kaufmann, con un'umiltà disorientante. Abbiamo toccato la corda giusta, e il cantante diventa un fiume in piena. «Non posso commentare questa osservazione. Sono semplicemente soddisfatto. La prima volta che incontrai Domingo mi disse: "Tu canti da dio"». Figuriamoci Kaufmann che è sempre stato un suo ammiratore. «Ricevere questi complementi da un uomo di questa classe è troppo. Ammiro anche altri tenori, la voce fenomenale di Corelli per esempio. Però Domingo è una combinazione di tanti fattori, il suo canto riempie di emozioni. Ha una voce da tenore però al tempo stesso scura, baritonale e rotonda. Poi ha un vasto repertorio», spiega Kaufmann. Che, quanto alla scelta di repertorio, ammette si rispecchiarsi nel tenore-leggenda. «All'inizio ero accusato di affrontare titoli troppo diversi, allora io pensavo a Domingo: la conferma che le mie scelte non erano folli. E poi quest'ampiezza di repertorio non fa che alimentare la mia passione per l'opera». Una passione che però, quanto al pubblico, non sembrerebbe attrarre nel suo vortice i coetanei di Kaufmann (a un soffio dai quarant'anni). Per l'anteprima di Carmen, lo spettacolo aperto agli under 30 (anni), i biglietti sono andati a ruba. Però non è che, in generale, i teatri brulichino di gioventù. Emma Dante, la regista dell'opera, ci ha spiegato che prima di mettere le mani nel mondo dell'opera lo riteneva un qualcosa di "misterioso e inaccessibile". In breve: «l'opera va frequentata», dice. Per la sacra prima scaligera, la Dante è stata al centro di un dibattito fra tradizionalisti e modernisti, in soldoni: ieri su Facebook i suoi fan hanno fatto quadrato in sua difesa. Letture innovative, forse aiutano a portare i giovani all'opera? Sappiamo del no secco di Franco Zeffirelli, regista, scenografo e costumista ormai icona del teatro d'opera di casa nostra. Che ne pensa il bavarese Kaufmann, cresciuto nella Germania madre di regie notoriamente spudorate? «No, non mi piacciono le regìe alla tedesca», dice. «L'opera deve essere un sogno, non deve rispecchiare la nostra realtà. Una realtà che è povera, già divulgata da televisione e cinema. L'opera deve essere magia». No alle interpretazioni moderne. E la Carmen dell'altro ieri, allora? «Non era poi così provocatoria, non c'erano chissà quali cambi rispetto al libretto. La considero un classico». E un consiglio da giovane addetto ai lavori per garantirsi il ricambio generazionale a teatro? «Bisogna far passare il messaggio che noi cantanti siamo persone in carne ed ossa, e non viviamo in un mondo a parte. C'è poi un pregiudizio per cui pare che per seguire l'opera bisogna avere chissà qualche preparazione, e che a teatro ci si va vestiti in modo particolare. No, non è vero niente». Parola di Kaufmann.