La provincia italiana sta in fondo a un lago

Il paragone con Piero Chiara, Andrea Vitali dovrà sopportarlo sempre. Del resto il decollo del suo successo di vendite ha coinciso anche con l’attribuzione del premio Chiara, ed elementi in comune con lo scrittore di Luino ce ne sono anche troppi. Non fa eccezione quest’ultimo romanzo, La modista (Garzanti, pagg. 385, euro 16,60), ottavo libro in cinque anni di boom mediatico e commerciale, coinciso con un lancio pubblicitario dove i riferimenti a Piero Chiara non erano certo risparmiati, ma anzi incoraggiati dall’editore.
Veniamo al romanzo dunque: questa «modista», eufemismo per merciaia di scampoli, Anna Montani, innesca sconvolgimenti ormonali tra i maschi adulti di Bellano, sul lago di Como, il paese dell’autore (che qui vive e svolge l’attività di medico di base). L’azione si svolge negli anni Cinquanta. Abbiamo un maresciallo dei carabinieri (Carmine Accadi) siculo e vanesio, una guardia giurata (Firmato Bicicli) sempliciotta, due farmaciste ambigue, un rampollo di buona famiglia pasticcione e sentimentale, un sindaco menefreghista, dei ladri maldestri e così via. Tutto un teatrino che ruota attorno alle pulsioni base dei personaggi e che ricorda una certa commedia all’italiana, tipo Pane, amore e fantasia, ma con un sottofondo più lacustre, appunto, non certo carico dei colori e dell’emotività del Sud.
Piero Chiara parlava del proprio tempo, Vitali retrodata la narrazione in un mondo che per ragioni anagrafiche (lui è del ’56) non ha conosciuto, e che ricostruisce con perizia, ma anche con freddezza. La scrittura è scarna, frammentata (161 capitoli, alcuni a loro volta suddivisi in brevissimi sottocapitoli, e un epilogo). I dialoghi prevalgono sulle descrizioni. Le psicologie si definiscono attraverso l’agire dei protagonisti. Vitali sceglie la formula del «narratore onnisciente», spostando il punto di vista a piacimento, staccando all’improvviso da una vicenda all’altra per creare suspense, fino a una conclusione dove tutti i fili si riannodano.
Un altro inevitabile confronto è quello con Andrea Camilleri, ma Camilleri scrive soprattutto gialli, e con una lingua inventata. Vitali descrive situazioni di paese, al limite piccoli drammi sociali, e usa bene l’italiano con sapienti venature dialettali, badando a non appesantire la narrazione, anzi. Come nei precedenti lavori, dimostra una vivace inventiva, un’intelligente scelta dei dettagli e dei nomi propri (o dei soprannomi) dei personaggi, e un’ironia che sfocia nel sarcasmo e sfiora la satira, preferendo tuttavia in molti casi fermarsi un passo prima e assestarsi più comodamente nel cliché, che richiede al lettore medio un minor sforzo di adattamento.
Dunque i peana di certi critici paiono esagerati, quasi nocivi. Dire che fra vent’anni lo celebreranno ovunque è azzardato. È più probabile che lo sceneggino e lo trasmettano in tv. Nel frattempo abbiamo apprezzato molto la riduzione teatrale di Un amore di zitella (2004), messa in scena con successo da Laura Negretti, dapprima a Como e dintorni, ma ora in arrivo anche a Milano. Da qualche settimana circola anche in alcuni cinema di Lecco, Como e del capoluogo lombardo una pellicola del regista Alberto Rondalli, intitolata L’aria del lago, e tratta da un racconto di Vitali, il quale però, dopo averla vista, ne ha preso un po’ le distanze.
Ultima considerazione: forse non è un caso che in questo suo libro Vitali tutto sommato dica poco del lago, limitandone le descrizioni ambientali. Chissà che non stia pensando a costruire altri sfondi, più generici magari, o più nazionali.
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