La Provincia si fa le magliette in Bangladesh

A volte, ci s'imbatte in storielline quasi bibliche. Del genere, fuscello nell'occhio altrui e trave nel proprio. Dunque. Nel milanese, le piccole e medie industrie del settore tessile o calzaturiero cadono come mosche. A ogni crisi, immancabile la mozione, di marca rifondarola, che si scaglia contro le delocalizzazioni e offre pacche sulla spalla ai lavoratori a rischio posto di lavoro. Già, le delocalizzazioni. La sinistra comunista, caduto il Muro di Berlino, ha scoperto il terzo mondo indegnamente sfruttato dalle multinazionali. E va giù di brutto con ordini del giorno che invocano veti sulla consumazione di Cocacola, vibrano anatemi contro lo sfruttamento del nuovo proletariato da parte delle grandi marche dell'abbigliamento, piangono a calde lacrime sui bimbi del Bangladesh costretti alla schiavitù dell'ago e del filo.
Poi, capita che si vada in visita ufficiale all'Idroscalo, fiore all'occhiello della Provincia di Milano, accolti in pompa magna dal consorzio Tre Sport che ha in appalto le attività per l'infanzia (sino al mese scorso: ad agosto no, tra un happening di senegalesi e un concerto rock, la rossa assessora Irma Dioli ha finito i soldi). Sacca dono con maglia e calzoncini d'ordinanza. Mentre ti gratti la testa e pensi a chi affibbiare l'extralarge che ti è capitata in sorte, coi tuoi cinquanta chili scarsi, ecco che butti l'occhio sull'etichetta. Galeotta. Made in Bangladesh. Vedi il simbolo della provincia di Milano, e non sai se ridere o piangere. Poi ti spiegano che la marca XY fornisce mezzo mondo, che «ha tutte le certificazioni», magari pure del Telefono Azzurro (e certo, dal Bangladesh basta che il piccolo Kalì chiami dal telefonino, che ci vuole?). Sia pure. Ma chi glielo spiega, ai piccoli artigiani tessili del Legnanese, che le forniture pubbliche e parapubbliche se le cucca l'industriale che ha subappaltato in estremo oriente?
*Consigliere provinciale
di Forza Italia
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