Provocazione Attenti all’ambiguità di quegli aiuti

La reazione un po’ spropositata del Segretario di Stato americano, signora Hillary Clinton, alle ragionevoli osservazioni di Guido Bertolaso lascia immaginare che nell’Amministrazione Obama non tutto sia chiaro, quanto al senso dell’operazione-Haiti, e aggiunge veleno a un sospetto che mi tormenta si può dire fin dal primo giorno di questa immensa tragedia.
Nessuno, ovviamente, discute la generosità e la capacità di sacrificio del popolo americano. Colpisce però il fatto che nessuno o quasi abbia parlato di Haiti come Paese dotato di una sua autonomia, di quello che ha fatto (o non ha fatto) il suo governo, del popolo haitiano la cui cultura non si riduce assolutamente al voodoo - religione che noi associamo agli zombie - e ad altre credenze raccontate oltretutto con la saccenteria finto-democratica degli etnografi d’accatto.
Molte domande che un tempo si sarebbero dette «di sinistra» (ma che la sinistra sembra avere dimenticato) sono sorte in me. Cosa sta succedendo realmente? Perché il ritratto di Haiti che sta uscendo dai mezzi d’informazione è così debole, come se gli haitiani non fossero nemmeno un popolo ma solo una massa di derelitti senza dignità, senza storia, degni di una parola solo se trovati sotto le macerie, o amputati o adottati da qualche occidentale di buon cuore? Perché non riesco a mettere a fuoco, nonostante tutta la buona volontà, la realtà di quel mondo?
Nasce allora in me il sospetto, che spiegherebbe anche il risentimento eccessivo della signora Clinton (dalle nostre parti si parlerebbe di «coda di paglia»), che qualcuno abbia l’intenzione di togliere di mezzo quella realtà, di spazzarla via, complice il terremoto. Non è che, morti a parte, il terremoto abbia reso un grande favore a chi può guardare alla ricostruzione di Haiti in termini di investimento e di guadagno?, e può così trasformare, con le migliori intenzioni, l’aiuto a un Paese in ginocchio in un enorme affare per sé prima che per il popolo haitiano?
Con le migliori intenzioni, s’intende. E forse con un senso della necessità storica che sfugge alle mie domande «di sinistra». Accadde, in fondo, anche in Europa e specialmente in Italia, quando fummo invasi dagli aiuti americani promossi dal Piano Marshall. Con la differenza che, a quel tempo, l’Italia conservava una grande tradizione culturale - soprattutto cattolica - vivissima, e questo se non altro costituì un elemento con il quale il modello americano (assai migliore di altri, questo va da sé) dovette fare i conti.
Ma un terremoto così spaventoso in un Paese così piccolo e povero può equivalere non a una, ma a dieci guerre.
Nessuno vuole insinuare che l’America intenda trasformare Haiti in un grande resort o in un villaggio turistico, però c’è un’ambiguità, nell’atteggiamento di molti benefattori, che lascia aperta questa possibilità: lo si vede dal disinteresse sostanziale (e generale) nei confronti di un mondo abbastanza sconosciuto, un mondo fatto di uomini in carne e ossa, un mondo che ha una vita propria, un mondo che ha amato - e ama, ne sono certo - la sua vita.
In altri tempi, forse, fatti come questi avrebbero sollevato maggiomente l’opinione pubblica. Personalmente, ho paura che l’abitudine a considerare il tornaconto personale come l’unico motore reale delle azioni umane (spesso anche di quelle politiche) ci stia anestetizzando di fronte allo strisciare della sopraffazione: così i potenti si sentono autorizzati a qualunque cosa in nome del loro potere, e noi piccoli cittadini veniamo derubati anche dello sdegno e della compassione.