La provocazione La caduta del Muro? Per l’Italia non c’è nulla da festeggiare

In tanti festeggiano l’anniversario della caduta del Muro di Berlino e quasi tutti hanno ottimi motivi per farlo. Non l’Italia. Prima, grazie al Muro, eravamo gli «ultimi dei primi», in una condizione di privilegio che ci permetteva di godere di tutti i vantaggi del mondo libero ma anche delle sinecure di essere i più poveri e sfigati della compagnia, ivi compresa la generale tolleranza per certi nostri comportamenti da secondo e terzo mondo. Eravamo - con la Grecia e pochi altri - finiti al di qua del muro per ragioni politiche e strategiche, con tutti i vantaggi dell’essere a fianco dei ricchi e le libertà di trasgressione concesse ai poveri. Con la caduta del Muro non siamo più gli ultimi dei primi, ma stiamo in mezzo agli ultimi che, non essendo stati viziati da una situazione di comodo privilegio, sono motivati a risalire con energia le posizioni e che perciò ogni giorno ci sorpassano. Vissuti al caldo del lato buono del muro non abbiamo l’energia di quelli che per decenni hanno cercato di scavalcarlo e che ora ci fanno un’agguerrita concorrenza. In tanti fanno meglio e più a buon mercato quello che prima facevamo noi.
La caduta del Muro ha anche accelerato l’invasione foresta riempiendoci di immigrati albanesi, romeni, strolighi, ucraini con un effetto di trascinamento per tutti gli altri. Il Muro non tratteneva solo onesti dissidenti politici. La caduta del Muro ha messo fine al comunismo in quasi tutti i Paesi dell’altra parte, ma lo ha paradossalmente conservato qui. Eravamo già i meno liberali del mondo liberale, con il più grande Partito comunista d’Occidente, con i comunisti saldamente incistati nella società. Oggi siamo rimasti una delle poche pozzanghere di socialismo reale. Il presidente della Repubblica e il capo del maggior partito di opposizione sono vecchi sodali di quelli che comandavano vopos e carri armati. Comunisti (chiamarli post-comunisti non significa niente: sono sempre gli stessi) controllano gran parte dei mezzi di informazione, della scuola, delle università, della cultura e della magistratura. I sindacalisti hanno ancora tre buchi nel naso. Lo Stato si prende metà del reddito prodotto, abbiamo numeri «cinesi» di dipendenti pubblici, di poliziotti, di «assistiti» dallo Stato. Anche lo stemma della Repubblica, la stella con la ruota dentata (il cosiddetto «sale e tabacchi») è una delle ultime reliquie di araldica socialista.
Il capo del governo è un «capitalista» per la vecchia sinistra ma in realtà non fa granché di liberale, non diminuisce sensibilmente l’oppressione fiscale, il numero dei dipendenti pubblici o le competenze dello Stato centrale. Resistono balzelli, tasse e pedaggi, il canone tv, il bollo auto, il bollino delle caldaie e mille altri odiosi segni di statalismo. La polizia si presenta di notte, i tribunali sono pieni di aspiranti Vysinskij. L’Habeas corpus è solo uno scampolo di «latinorum» senza grande valenza giuridica.
Gettati a competere nel grande mercato globale, i governanti troppo spesso preferiscono rifugiarsi dietro a collaudate difese stataliste invece che affrontare con coraggio la riforma delle nostre debolezze strutturali.
Gli ex Paesi comunisti più vispi hanno approfittato della caduta del Muro anche per scrollarsi di dosso associazioni ritenute penalizzanti. Cechia e Slovacchia, Slovenia e Croazia si sono «messe in proprio» con grandi vantaggi in libertà, democrazia e agilità nel mercato globale.
L’Italia, costretta al congelamento istituzionale da Jalta, non ha saputo cogliere l’occasione per strutturarsi in maniera più agile e consona alla nuova realtà con riforme davvero liberali e autenticamente federaliste. Così oggi la Padania annaspa come un nuotatore costretto a gareggiare oppresso da pesi e legacci, e il meridione rinuncia all’occasione di mettersi in gioco con altre regole e mentalità.
Insomma, non solo le macerie del vecchio Muro ci sono franate addosso ma rischiamo di usarle per ingabbiare le nostre speranze e potenzialità di libertà, sviluppo e prosperità.