Una provocazione «moderna» di nome Vivaldi

Il coreografo franco-albanese Angelin Preljocaj propone un balletto ispirato alle «Quattro stagioni» e al «Cimento dell’armonia e dell’invenzione», avvalendosi delle strutture mobili create per lo spettacolo da Fabrice Hyber

Alessandra Miccinesi

Una melodia strafamosa (Le quattro stagioni), un’orgia di vitalità, profumi, e colori inframmezzata ad altri brani vivaldiani dal Cimento dell'armonia e dell’invenzione op. 8. Un raffinato maestro della Nouvelle Danse anni ’80 (il franco-albanese Angelin Preljocaj), portatore sano di una danza innovativa mai scollata dall’etica, dalla filosofia, o dal sociale. E un artista eclettico, unico nel suo genere (Fabrice Hyber, Leone d'oro alla Biennale di Venezia del ’97), capace di trasformare la meteorologia coreografica di una performance plasmata sul moto universale delle stagioni in straniante «caosgrafia» grazie ai suoi originalissimi Pof: acronimo che sta per «prototipi di oggetti in funzione». Classicismo, verità, caos. Per il terzo appuntamento con la grande danza contemporanea, il 31 marzo all’auditorium Conciliazione, la rassegna «Tersicore» mette in cartellone «Le quattro stagioni», coreografia di un fervido Angelin Preljocaj.
Rappresentata per la prima volta il primo luglio scorso al Festival Montpellier Danse dal Ballet Preljocaj, musiche di Vivaldi interpretate da Giuliano Carmignola e dalla Venice Baroque Orchestra diretta da Andrea Marcon, la performance già applaudita sui maggiori palcoscenici europei sta per inondare l’auditorium col suo carico di stravagante inventiva.
Una performance di livello e di forte impatto emotivo, costruita intorno a scale mobili scomponibili, fondali dai colori shocking, strutture aeree rotanti che si spostano mettendo in evidenza il disco solare, la luna, le nuvole. Durante la performance inframmezzata al teatro-danza molti oggetti rimangono sospesi sulla scena - jeans con le grucce, sacchi di pane, corde, piante, pellicce, corde, gioielli tintinnanti -, finché a caso piovono sul palcoscenico obbligando i dodici danzatori travestiti da rane fosforescenti, leoni pon-pon, e ricci appuntiti, a cercare nuovi equilibri e rinnovate funzionalità. Spiega il coreografo. «Il mio progetto era creare un balletto che permettesse al pubblico di sentire la musica di Vivaldi, inflazionatissima oggigiorno, come se fosse la prima volta. Difficile, perché queste Quattro Stagioni ci martellano nelle segreterie telefoniche, negli ascensori, nei supermercati, e negli spot televisivi - dice Preljocalj, assente con la sua compagnia dai palcoscenici capitolini da ben tredici anni -. Ascoltare questa speciale versione orchestrale delle Stagioni per me è stato uno shock bellissimo. Così ho pensato di creare un nuovo balletto; ho chiesto allo scultore Fabrice Hyber di disturbare la scrittura precisa dei movimenti coreografici trasformandoli in “caosgrafia”. L’intervento meteorologico di Hyber, simbolicamente, è quello della pioggia che cade all’improvviso».
Alterare, deformare, cercare nuove soluzioni. Concetti che il coreografo franco-albanese ama mettere in primo piano sulla scena come nella vita.
«Scoprire cosa ci mette in relazione gli uni agli altri è fondamentale per me - risponde Prelijocalj, coreografo anticonformista e socialmente impegnato, a chi l’accusa di aver voltato lo sguardo indietro, al classicismo -. Quando Vivaldi ha scritto le Quattro Stagioni non erano ancora un classico, oggi sono universali. E poi era interessante mettere in relazione la musica del XVII secolo con l’attualità. Molti coreografi pensano che si può creare tutto dal nulla, io no. Non possiamo fare ignorando la storia, le radici».