La provocazione secondo la moda del cattivo gusto

Caro dottor Granzotto,
vorrei avere il suo parere su alcune scritte viste recentemente su capi di abbigliamento femminili, per sapere se sono io a essere troppo «puritano», oppure se è il buon gusto che è morto (o perlomeno agonizzante). Sul retro della parte inferiore di un bikini: «Try it» (la domanda nasce spontanea: qui in pubblico oppure ci appartiamo?).
Sul fronte di un costume intero, sopra una freccia rivolta verso il... basso: «Per molti ma non per tutti (ci diamo da fare, vero?)».
Sul retro di una cintura indossata da una sedicenne: «Fuck me!» (ma la mamma ti vede quando esci???).


Non credo, caro Casonato, che sia questione d’essere più o meno puritani. Quella che lei solleva è semplicemente una questione di buon gusto, che non è certo prerogativa del calvinismo e delle sette riformate inglesi. Di chi lo sia, però, proprio non saprei dirglielo. Ho anzi il sospetto che il concetto stesso di buon gusto sia in via d’estinzione e che conti oggi solo il gusto, senza aggettivi. E il gusto, buono o cattivo, è figlio dei tempi: se una volta una signora di buon gusto ed educazione non usciva di casa se non guantata, estate o inverno che fosse, una signora oggi i guanti se li infila più che altro per fare giardinaggio o kickboxing. Così va il mondo, così va il gusto. Ricorda nelle sue memorie quel vecchio pettegolo di Horace de Viel Castel che a un ballo in maschera alle Tuileries Nicchia di Castiglione si presentò vestita da Dama di Cuori: un abito bianco con un unico cuore rosso «collocato», precisa Viel Castel, «esattamente sulla più segreta delle grazie della contessa» subito aggiungendo: «Segreta non per tutti, non per l’Imperatore evidemment». Questo per dire che indipendentemente dai canoni del buon gusto, anche nell’abbigliamento la provocazione è sempre stata praticata con disinvoltura. Certo, corre qualche differenza fra un cuore sbarazzino e l’intimazione «Try it» o, peggio che mai, «Fuck me» riportata sulle mutande da bagno, ma forse colei che le indossa è convinta che agli uomini d’oggi, tutti tonti, non basta ammiccare, bisogna dirgliela a chiare lettere. Il guaio è che se poi uno si fa avanti desideroso di dar corso alla pratica reclamata con tanta indiscussa evidenza, finisce dritto dritto in galera accusato di molestie sessuali. E a proposito di mamme, nella mia rubrica mondana preferita, «Potere al pensiero», non compare donna (sotto i settanta, settantacinque) di pensiero e di potere ivi compreso quello riflesso, che non si compiaccia di mostrarsi in succintissime toilettes tutte una scollatura, spacchi, squarci e trasparenze. Mancanti delle scritte alle quali lei si riferiva, ma il messaggio quello è. Papale papale. Dobbiamo scandalizzarcene o peggio ancora indignarcene? Certo che no: fra i cento e più diritti proclamati dalla società civile e politicamente corretta c’è anche quello di adescare, sebbene virtualmente, mostrando la mercanzia. Segno dei tempi, sembrerebbe, ma lei, caro Casonato, seguiti a ritenerlo segno di cattivo gusto, ché così va sul sicuro.
Paolo Granzotto