Provocazioni, body art, gesti estremi Siamo sicuri che siano opere d’arte?

Può un evento tragico assurgere a simbolo artistico? È ciò che ci si domanda dopo la morte di Pippa Bacca, uccisa poco più di un anno fa in Turchia, il 31 marzo 2008. La morte della giovane performer che girava il mondo vestita da sposa commosse tutti. Ai suoi funerali, celebrati il 19 aprile davanti a duemila persone, l’allora assessore alla Cultura di Milano, Vittorio Sgarbi, promise di dedicarle una mostra al Padiglione d’Arte Contemporanea.
A distanza di un anno, della mostra al Pac non si parla più, ma la galleria Byblos di Verona dedica un ricordo a Giuseppina Pasqualino di Marineo, in arte Pippa Bacca, nipote di Piero Manzoni, morta a 33 anni. Il viaggio-performance «Brides on Tour» («Spose in viaggio»), che Pippa aveva ideato e realizzato con Silvia Moro, partiva da Milano e doveva raggiungere Gerusalemme attraverso Slovenia, Croazia, Bosnia, Bulgaria, Turchia, Siria, Libano, Giordania, Israele e Palestina. Sempre viaggiando in autostop e indossando un abito bianco da sposa. A Istanbul le due giovani si erano separate dandosi appuntamento a Beirut, dove Pippa non arrivò mai. Un camionista le diede un passaggio, la violentò e la uccise.
Ora la mostra, aperta fino al 9 maggio alla Byblos Art Gallery di Verona, non solo vuole ricordare Pippa, ma vuole anche spiegare il senso ultimo del suo viaggio-performance attraverso territori difficili, cercando, in ogni tappa, persone disposte all’ospitalità, per creare un continuo contatto con la gente. Il risultato della performance sarebbe stato proprio il bagaglio di relazioni umane, di ricordi e di immagini scaturite dagli incontri. La mostra ripercorre tutti i nuclei tematici della performance: dalle fotografie che Sirio Magnabosco ha realizzato incontrando le spose, alla grande parete su cui sono illustrate le tappe del viaggio, con le fotografie scattate da loro, e un video realizzato dall’Associazione Erodoto. Sono poi esposti i cartelli bianchi e verdi con cui Pippa era solita indicare la meta da raggiungere, oltre alle foto che scattava alle persone che, di volta in volta, la portavano in automobile. Di Silvia, invece, è presente in mostra un’installazione video di tre schermi, che simulano l’abitacolo di un’auto e mostrano le riprese fatte durante il viaggio.
Ma, al di là delle intenzioni poetiche e umane di Pippa, la sua morte così tragica assume anche un significato artistico. Il suo abito bianco lacerato e macchiato di sangue ci riporta alle origini di quella performance art che negli anni ’70 dagli Stati Uniti arrivò in Europa. E forse tornava a casa, se possiamo riconoscerne la nascita nelle esibizioni dadaiste del Cabaret Voltaire in una Zurigo del 1916 che poteva concedersi il lusso delle provocazioni di Tristan Tzara e soci. Il resto d’Europa era alle prese con una guerra feroce.
Happening, Body Art, Fluxus, live art, poesia d’azione: comunque la si voglia chiamare, l’ambizione di creare all’istante un evento unico e irripetibile che metta in immediato contatto l’artista con il pubblico. Un’arte che vive qualche attimo, in cui il corpo assume un’importanza primaria, e in cui l’opera è concepita anzitutto come un «momento».
Ma è poi arte o, oggi, sarebbe meglio parlare di semplice ricerca dell’estremo? Le motivazioni che portarono alla nascita della performance e al suo sviluppo come genere artistico autonomo, sono ancora valide? La concentrazione dell’artista sull’uso del proprio corpo, la creazione di «momenti» portatori di senso, la ricerca del coinvolgimento globale del performer e di chi assiste al suo lavoro, il desiderio di creare una situazione di «rito», hanno ancora una ragion d’essere? Forse, dopo quasi quarant’anni, è ora di decidere se la performance art è ancora viva o se il sacrificio di Pippa ne simboleggia, se non la morte, la necessaria evoluzione.

LA MOSTRA
«Brides on tour», Byblos Art Gallery, corso Cavour 25/27, Verona. Info: 0458030985.