Il Pse apre, Prodi non sa decidere

da Roma

«Caro Romano, mi hai detto: “sono un democratico e credo nel sociale”. Io stesso sono un socialista e un democratico, questa è la socialdemocrazia: unisciti a noi, sei il benvenuto». Non è stato facile, per Prodi, rispondere al cordiale ma pericolosissimo invito di Poul Rasmussen, che ha aperto le porte del Pse da lui guidato al futuro Partito democratico italiano.
E infatti il premier ha camminato sul filo, nel suo intervento a Oporto, attento a non scontentare né l’assente Rutelli né il presentissimo Fassino, a non dire né sì né no: «È un cammino che abbiamo già cominciato e che intendiamo proseguire con determinazione», ha pattinato, ma «anche con gradualità, flessibilità e i tempi necessari a una sfida così grande». Conclusione sibillina: «La discussione è il nostro metodo, e attraverso la discussione arriveremo ad una decisione univoca e condivisa». Quale, non si sa: Fassino dal Pse non può uscire, Rutelli ad entrarci non ci pensa neppure, e messa così la «discussione» potrebbe anche continuare in eterno. Rutelli ha disertato Oporto e se ne è andato alla Scala a sentire Aida: «Non avrei certo potuto dire che entravo nel Pse. E il mio “no” sarebbe diventato un caso», ha spiegato ai suoi. Che in compenso hanno fatto a gara a dire ai quattro venti che nel Pse loro non entrano manco morti: «Quel vecchio club», lo ha liquidato sprezzante il rutelliano Lusetti. Fassino si è risentito: «Non credo che in questo momento servano diktat o giudizi perentori. Serve cogliere una disponibilità e mettersi a lavorare insieme», ha mandato a dire agli alleati. Ma poi si è allineato a Prodi: «Cercheremo soluzioni condivise». Quali? Boh.