Lo psichiatra rivela: «Per liberare i criminali basta un semplice fax»

Caro direttore,
assisto al dibattito di «Domenica In» al quale lei prende parte. Io sono uno psichiatra, lavoro in una di quelle comunità in cui di tanto in tanto arrivano soggetti «vigilati» dal Tribunale di Sorveglianza perché autori di gravi delitti. Sappia che, almeno nella mia esperienza, tutto il meccanismo è profondamente disfunzionante perché concepito con un solo scopo: lo scarico delle responsabilità.
Lo psichiatra scelto dal Tribunale di sorveglianza, in genere, è il terapeuta (il che implica un piano di «vicinanza/fiducia»). Eh sì, perché i tribunali quando si tratta di risparmiare sui periti sono bravi: «C'è il medico lì, che lo cura e lo conosce, che lo vede ogni giorno, perché convocare un perito terzo?». Ma non servirebbe forse per equilibrio, appunto per terzietà?
Lo sa che cosa succede? Il medico invia per fax la sua perizia; forse verrà una signorina assistente sociale a dare un'occhiata alla comunità - raramente al soggetto in questione - e tutto finisce lì. Non ho mai incontrato personalmente un giudice di sorveglianza, tanto meno ho mai visto che egli visitasse/esaminasse di persona il soggetto sul quale doveva emettere la sua sentenza.
Il giudice ha gioco facile nel fingersi fiducioso in una scienza, quella psicologica, che tutti sanno non potrà mai essere una scienza (e lo sa anche lui), ma gli fa comodo tale finzione, perché egli si può così chiamare fuori dalle responsabilità dicendo: «Ma io non sono un tecnico!». Ed è ovvio che anche i periti, nel sistema da me descritto, hanno gioco facile allo scaricabarile, perché è un sistema concepito sulla indefinitezza delle responsabilità. Io ho detto delle mie esperienze, non pretendo di generalizzare. Ma, per quel che mi riguarda, nessuno ha mai controllato se i fax che ho mandato ai giudici li avessi scritti davvero io, o non se li fosse fatti da sé il soggetto in questione, per tornare più presto a casuccia. Che ne pensa?

Ne penso, caro dottor Nicotra, che il quadro che lei ci descrive è agghiacciante: si prendono decisioni importanti per la collettività, come quella di rimettere in libertà un pericoloso criminale, sulla base di una specie di commedia degli equivoci, uno scambio di fax, un gioco di interessi contrapposti, in cui, come al solito, gli unici che non sono tutelati sono i cittadini che hanno avuto il torto di non ammazzare nessuno. Ho notato, durante la trasmissione «Domenica In», condotta da Massimo Giletti con umanità e professionalità, che il magistrato, Bruno Tinti, tendeva a rifugiarsi dietro la solita formula: come può il magistrato, quando libera un criminale, sapere se commetterà ancora delitti? È una banalità. È ovvio che nessuno sa prevedere il futuro, nemmeno il mago Otelma. E io non sono mai stato ammesso alla toga e non conosco nulla di psichiatria, ma ho raccolto abbastanza voci di vittime per farmi due domande banali. La prima: nell’incertezza non sarebbe meglio lasciare gli assassini in galera fino all’ultimo giorno di condanna? La seconda: la prossima volta che un assassino in semilibertà torna a uccidere, come Izzo, non si potrebbe interrompere lo scaricabarile facendo pagare sia lo psichiatra sia il magistrato? E soprattutto: ci sarà mai un magistrato che paga per i suoi errori? Forse a queste domande prima o poi il dottor Tinti saprà rispondere. Magari gliele mando pure io per fax.