Gli psichiatri dicono sì all'elettroshock: "Basta con la sanità ideologica"

I più noti specialisti si schierano in difesa della Tec: "E' nata sotto il fascismo. E per questo gli è stata affibbiata un'etichetta negativa"

Milano - «L'elettroshock viene usato in tutto il mondo civile», per curare alcune forme di depressione grave e non rispondente ai farmaci, «solo in Italia non accade e per ragioni puramente ideologiche». A sostenerlo, un veterano della psichiatria italiana, Bruno D'Avossa che già negli anni Ottanta all'ospedale Forlanini di Roma dovette fare carte false per riuscire ad avere la macchina e aprire il servizio all'interno del nosocomio.

Forte della sua esperienza e motivato dall'ultimo caso che non era riuscito a salvare per mancanza dei mezzi adeguati, quello di una donna americana in gita a Roma, ricoverata nel suo reparto perché in preda a una feroce crisi depressiva che già era stata curata con l'elettroshock negli Usa, D'Avossa tanto fece e tanto ottenne: «In quegli anni fu l'unico centro pubblico di tutto il centro-sud dove veniva praticata la Tec». Una battaglia che pagò a caro prezzo, con «grane tutti i giorni», sabotaggi dentro e fuori dall’ospedale, e che culminò in articolo a pagina intera che gli dedicò l'Unità in cui lo specialista venne dipinto come un «torturatore fascista» per le sue scelte terapeutiche.

«Da vent'anni a questa parte, però, la situazione non è cambiata: quello dell'elettroshock è un falso problema - incalza Enrico Smeraldi, professore di psichiatria all'università Vita e salute del San Raffaele di Milano - in tutto il mondo è una terapia accettata e riconosciuta. Da noi è diverso, il motivo è presto detto: Ugo Cerletti e Lucio Bini la inventarono negli anni Trenta, nel pieno dell’epoca fascista, e da allora la Tec ha sempre avuto la stessa etichetta politica. Invece si deve poter fare nei casi in cui i medicinali non hanno efficacia».

Pare incredibile che una cura che in molti casi può salvare la vita sia rimasta al palo, pressoché inesistente in Italia all'interno del Servizio sanitario nazionale dove si contano una decina di centri su tutto il territorio nazionale. «La comunità scientifica non si interroga più sulla validità della Tec ormai da tempo è stato dimostrato che la terapia elettroconvulsivante dia una risposta positiva nel trattamento di alcune forme di depressione grave che non traggono beneficio dai farmaci - aggiunge Claudio Mencacci, primario della Psichiatria dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano - la questione non è più all'ordine del giorno della psichiatria mondiale che la considera una della tante pratiche che può essere utilizzata e che studia, invece, le nuove frontiere delle terapie antidepressive, come quella magnetico trans-cranica oppure quella del pace-maker». Tutti d'accordo, quindi, con l'appello lanciato dalla Società italiana di psicopatologia in cui viene chiesto al ministro della Salute di riabilitare la terapia elettroconvulsivante e di attivare almeno un servizio in tutte le regione italiane: «il desiderio degli specialisti più equilibrati - conclude Mencacci - è di poterla utilizzare senza criminalizzazioni».

Tutti, quindi, in sintonia con Giovan Battista Cassano, ordinario di Psichiatria all'università di Pisa, medico di fama mondiale e tra i firmatari dell'appello che ricorda: «Qualcosa vorrà pur dire se l'elettroshock ha superato l'esame della Comunità europea, del Consiglio superiore di sanità e delle commissioni etiche e bioetiche». C’è però chi, come Giorgio Antonucci, psicanalista che lavorò al fianco di Franco Basaglia è convinto che i problemi della mente debbano essere risolti con «le buone maniere».