PSICHIATRIA Quando la cura è fuori di testa

«Una mentalità e una legge, la “Basaglia”, che hanno disseminato i malati in balia delle famiglie o di strutture improvvisate»

«Vale la pena darsi da fare, accanirsi, per ottenere, magari dopo vent’anni, un sorriso da chi non ha avuto il diritto di vivere? Se penso al mio maestro Lacan non ho dubbi: vale la pena». Ugo Amati, tra i maggiori psichiatri e psicoanalisti italiani, autore di molte pubblicazioni in merito, vive e lavora a Roma (per 13 anni ha svolto funzioni primariali nell’Ospedale psichiatrico) e oggi è in prima linea nella battaglia contro le psicoterapie improvvisate.
Dottor Amati, nella sua polemica lei cita una frase di François Tosquelles, «secondo me gli psichiatri soffrono di una vera e propria fobia nei confronti della follia».
«Il caposaldo di qualsiasi nostro lavoro è l’incontro con l’altro, un proprio simile che soffre, sgomento, misero, isolato, in pericolo. Ma oggi la psichiatria è ormai in ostaggio di una mentalità secondo cui tutto ciò che non è contabilizzabile, misurabile, pesabile - com’è l’esistenza reale delle persone - conta assai poco».
Una sorta di neopositivismo?
«Un neopositivismo demenziale che trionfa indisturbato, totalmente alieno a porre l’individuo al centro del suo lavoro. Oggi in psichiatria si costruiscono progetti su basi già corrotte in partenza».
Perché?
«Siamo nell’era delle neuroscienze, un’era in cerca di scorciatoie biologiche, da cui ci si aspetta la soluzione dei problemi psichiatrici. Guai a chi propone altre vie, a chi riporta il malato al centro della cura».
Non sta esagerando?
«No. Recentemente ho partecipato a un convegno, a Pescara, che aveva in bacheca una nutrita rassegna stampa. A questi articoli noi ne abbiamo aggiunto uno, tratto da un giornale francese, col titolo Les pillules tuent le docteur Freud (Le pillole fanno fuori il dottor Freud) e dopo qualche ora...».
Era sparito?
«Proprio così. Dopo qualche bugia, abbiamo capito che non era andato a genio alle case farmaceutiche che avevano sponsorizzato il convegno».
Forse era prevedibile...
«La cosa buffa, per non dire ridicola, è che nessuno ce l’ha coi farmaci, tantomeno i sostenitori della Psicoterapia Istituzionale. Come si può non attribuire un grande valore ai farmaci e alla ricerca che ad essi si lega?».
E allora?
«Passi per le case farmaceutiche, ma che dire dei promotori del convegno? Il titolo era Metamorfosi nella psichiatria contemporanea. Eccola la metamorfosi: mettersi proni non appena qualche rappresentante dell’industria farmaceutica alza la voce...».
Lei crede che anche in Italia, come in Francia, si stia distruggendo la peculiarità del lavoro psichiatrico?
«Jean Oury, il direttore della Clinique de la Borde, dove ho lavorato alcuni anni, mi ha detto: “la psychiatrie, c’est foutu”. Se è fottuta la psichiatria francese, figuriamoci quella italiana, ammalata di sociatria e di encefaloiatria ancor più di quella francese. E per giunta fobica nei confronti della psicanalisi, da cui non si può prescindere».
Psichiatria e psicanalisi sono dunque inseparabili?
«Se io affermo ad esempio che nel rapporto con un paziente psicotico il transfert è dissociato, dico qualcosa di assolutamente pertinente, da cui non posso prescindere nel mio modo di rapportarmi con lui. E un farmaco, se ben prescritto, può contribuire a contenere questa dissociazione, cioè il fatto che l’altro, anche quando gli parlo e lo guardo negli occhi, fondamentalmente non c’è, è altrove, sparpagliato come un mazzo di carte che non si sa dove sono andate a finire. Una filosofia dello spazio è condizione senza la quale la psicoterapia delle psicosi resta nosografia. E questo è solo un concetto».
Come potrebbe essere ridefinito il campo della psichiatria?
«Può esserlo solo se noi psichiatri di formazione analitica sapremo insorgere contro la pratica di psicoterapie improvvisate da terapeuti privi di una vera formazione analitica. Il fatto che François Tosquelles avesse conferito sul campo una laurea ad honorem ad alcune prostitute, in periodo di guerra, non toglie niente a questo assunto. Con certi lavori non si scherza. Gisela Pankow, una psichiatra tedesca di genio, diceva che si può “grattare” l’inconscio di un nevrotico, ma che il solletico può fare molto male a uno psicotico».
Che cosa è accaduto dunque dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici, dovuta alla legge 180?
«Le cose non sono andate come ce le racconta Psichiatria Democratica, secondo cui se ci sono dei problemi ciò è dovuto non tanto alla riforma, ma alla carenza di strutture alternative al manicomio. In realtà sono altre le ragioni da approfondire».
Per esempio?
«Una mentalità “sociatrica”, che non sapendo distinguere con rigore tra alienazione sociale e alienazione mentale, ha favorito, piuttosto che alleggerire, gli effetti di una legge, la 180, che di punto in bianco ha disseminato i malati mentali nel territorio, e cioè, per intenderci: nelle famiglie di provenienza, in alberghi dismessi e riciclati, gestiti da persone interessate e improbabili, in comunità terapeutiche più o meno improvvisate».
Quanti saranno stati i desaparecidos italiani?
«Non lo sapremo mai, pur nell’epoca del politicamente corretto. Forse la parola “genocidio” è eccessiva. Ma una cosa è certa: c’è urgenza non solo in Francia, ma anche in Italia, e forse nel mondo, di riconsiderare seriamente il problema psichiatrico».
Può spiegare la sua equazione Psicoterapia Istituzionale uguale psichiatria?
«La Psicoterapia istituzionale sottolinea con forza che l’attività psichiatrica si iscrive nel campo più vasto della società, non confonde mai alienazione sociale e alienazione mentale. Quando un malato arriva in ospedale, finisce con l’ancorarsi a questa o quella realtà, a questa o quella relazione. I paranoici seguono ad esempio “itinerari” diversi da quelli scelti da uno psicopatico o da uno schizofrenico. Già questo basta per cogliere il senso della mia equazione. Se togliamo l’incontro, il caso, il linguaggio, la storia concreta di ciascuno, cosa rimane? Solo una diagnosi, per quanto importante, e una terapia farmacologia. È evidente che non basta».
Per lei una psichiatria senza psicanalisi è dunque avara di parole, tecnocratica. Com’è stata, al contrario, la sua esperienza con Lacan?
«Quando ho conosciuto Lacan avevo 29 anni e lui 70. In quel tempo si identificava con Joyce e cercava nell’opera dell’irlandese la fonte segreta della follia umana. Era un Lacan, perciò, molto “ispirato” alla ricerca di un sapere che si sa all’insaputa di sé. Al tempo stesso lo ricordo come un analista concreto, affabile, tutt’altro che barocco, minimalista nel suo modo di condurre le sedute. Dava l’impressione che non ci fosse un solo momento della vita in cui non pensasse a un lavoro teorico basato sulla clinica».
Oggi è davvero possibile curare prima l’istituzione manicomio per «far emergere un sorriso sul volto di un malato»?
«Sì. È un obbiettivo nobile e inderogabile. Certo, il costo è enorme, indubbiamente, e non si è certo disposti a pagarlo in tempi di eutanasia. In tempi tecnocratici dove non si bada a spese pur di ridurre le spese. Io però sono per “La manutenzione del sorriso”. Un’operazione che richiede un luogo di incontro, fondamentalmente articolato attorno alla nozione di contratto terapeutico. In definitiva un’istituzione degna di questo nome».
Quanto è urgente questo problema? E quanto si potrebbe fare?
«Il fare è un problema politico, quanto all’urgenza è urgente come il diritto di vivere».