Psicodramma Pdl: arriva il sì dopo ore di maldipancia e sfoghi

RomaL’ufficio di presidenza del Pdl che alla fine ratifica la decisione di far salpare l’esecutivo Monti diventa uno sfogatoio delle tante anime del partito. Un ribollire di opinioni, sentimenti, strategie e aspirazioni che si accavallano, si incrociano, spesso si scontrano. Emergono ruggini, asti più o meno sopiti che poi vengono ricacciati in gola dalla scelta di far partire il treno Monti ma soprattutto dalla necessità di non frantumare il partito. La sintesi: Monti a tempo, per fare solo le cose scritte nella lettera all’Europa, discussione sulla squadra.
Le posizioni in campo sono note: ci sono quelli del «no Monti e voto subito», del «ni Monti ma voto presto», del «sì Monti e voto nel 2013». Della prima schiera fanno parte gli ex ministri Meloni, Brunetta, Romani, Rotondi (che assieme a Martino annuncia il no a Monti) e Sacconi e il sottosegretario Santanchè. Tutti loro si fanno portavoce dei tanti pidiellini allergici al governo guidato dai tecnici. Tra questi, valanghe di peones e pezzi grossi del partito, intimamente convinti che le urne sarebbero la via più limpida e corretta. Sono più o meno un centinaio. «Ma chi ca..o l’ha detto che perderemmo? Nel 2006, quando vinse Prodi per quattro voti in croce, eravamo messi molto ma molto peggio di oggi. Eravamo indietro di 12 punti, non di 5 come adesso. Andiamo a votare, fuori le palle... Ti-ria-mo fuo-ri le pal-leeee», dice un ex azzurro furente. A questa schiera appartengono anche quasi tutti gli ex An che in mattinata si sono radunati nella sede di Italia Protagonista, stretti attorno a Gasparri, La Russa, Meloni. Tra i partecipanti, decisi a sbattere i pugni sul tavolo in serata all’ufficio di presidenza del Pdl, Corsaro, Rampelli, Cirielli, Laboccetta, Beccalossi, Sbai, Marsilio, Saglia e altri.
La pattuglia vorrebbe il voto immediato ma, per realpolitik, riconosce che il governo Monti deve nascere. A questo punto si decide di premere su Berlusconi e Alfano affinché almeno si mettano paletti certi. Primo: che il tecno-governo non abbia dentro nessun politico. In questo modo si eviterebbe l’utilizzo del manuale Cencelli per la composizione della squadra e Monti non avrebbe stampelle politiche. «Se proprio deve salpare, salpi. Ma almeno navighi per fare le miglia che deve fare, non una di più». Secondo: che Monti non osi fare la patrimoniale perché «a quel punto non lo si vota e come gli abbiamo dato l’energia per partire gli stacchiamo la spina». Terzo: che faccia solo e soltanto le cose presenti nella lettera all’Europa e non altro. Escluso la legge elettorale. Si sfoga un anonimo ex An che detesta Fini: «A quello lì interessa solo cambiare la legge elettorale per cercare di sopravvivere e non fare la fine di Bertinotti: sparire». Quarto: mettere il timer sulla schiena di Monti. Il governo duri poco, pochissimo; faccia le cose che vuole l’Europa e poi si vada al voto il prima possibile. Possibilmente prima dell’estate prossima.
Nell’attesa di prendere una decisione ufficiale e unanime, in Transatlatico nel pomeriggio ci si graffia che è una bellezza. Due ex An confabulano e ridacchiano: «Ma Scajola che fa? Vota il governo Monti a “sua insaputa”?». A due metri di distanza due scajoliani ragionano così: «Se Berlusconi ci avesse dato retta un mese fa oggi avremmo un governo Alfano o Letta con l’appoggio convinto del Terzo polo». Due passi più in là e un berlusconissimo mette le mani giunte e fa dondolare su e giù: «Se Berlusconi ciavesse dato retta un anno fa e fossimo andati a elezioni subito dopo lo strappo di Mister Tulliani non saremmo a questo punto». Recriminazioni incrociate che danno la misura di quanto sia composito l’arcipelago Pdl. Spurgano veleni anche nei confronti di Napolitano. «Re Giorgio ce l’ha messo nel c...», ammette un berluscones. Antonio Martino, poi, uno di quelli allergici al commissariamento dell’Italia da parte dei tecnici, in ufficio di presidenza dice pane al pane e vino al vino. Nel suo breve intervento, dopo aver fatto un parallelo col 1995, attacca il Colle, cita il capo dello Stato chiamandolo «Oscar Luigi Napolitano» e poi se ne va. La Russa si rivolge a Berlusconi: «Silvio, è tardi: vai a dimetterti e domani decidiamo». Risponde Scajola: «Ma a questo cristiano gliela vogliamo dare una linea o no?».
Anche sulla durata dell’esecutivo Monti le visioni non sono unitarie ma alla fine si decide che si chiederà a Napolitano che il governo che sta per nascere abbia una data di scadenza sull’etichetta.