Psicofarmaci ai bimbi «Ora anche da noi fa scuola l’America»

Dopo il caso di Milano, si scopre che il fenomeno è in aumento. Negli Usa in cura oltre otto milioni di vittime della sindrome Adhd

Nino Materi

La vicenda del dodicenne «troppo aggressivo» sospeso dal preside di una scuola media milanese, ha il merito di richiamare l’attenzione sul tema delicato che lega il mondo della scuola a quello dell’assunzione di psicofarmaci da parte di studenti «under 18». Negli Stati uniti il fenomeno ha assunto una dimensione allarmante; lo stesso non si può dire per l’Europa, dove casi di questo tipo hanno sì suscitato polemiche senza però preoccupare gli esperti più di tanto.
In Italia la situazione viene monitorata costantemente da una serie di associazioni che su internet prendono nettamente le distanze dall’uso di psicofarmaci da parte degli adolescenti. Ma perché un ragazzo - o peggio, un bambino - dovrebbe impasticcarsi di Ritalin, il metilfenidato-amfetamina venduto negli Usa con una media di 8 milioni di confezioni all’anno? Tutto nasce da una patologia, per alcuni versi ancora misteriosa: la sindrome Adhd, proprio quella che sarebbe stata diagnosticata al dodicenne alunno milanese, sospeso dal 6 marzo per tutelare meglio - così sostiene il capo d’istituto che lo ha rispedito a casa - «l’incolumità del ragazzo e quella dei suoi compagni». La sindrome Adhd scatenerebbe, infatti, «improvvisi scatti di violenza potenzialmente pericolosi».
Accertato ciò, resta da rispondere a due domande-chiave. La prima: come si fa a riconoscere l’aggressività «normale» (quella cioè frutto solo del proprio carattere e dell’educazione ricevuta) dall’aggressività «patologica» (quella cioè conseguenza di un grave deficit neuropsichiatrico).
La seconda: anche nel caso di acclarata sindrome Adhd, è giusto intervenire su un adolescente con con un supporto di tipo psicofarmacologico? La comunità scientifica concorda nel sostenere che, almeno prima di una certa età, si devono provare strade riabilitative meno traumatiche lungo le quali - proprio la scuola - può rappresentare una tappa decisiva. E in questo percorso, allontanare un alunno piuttosto che tenerlo in classe, non appare la scelta più funzionale al recupero di un «ragazzo problematico» (sia esso o meno affetto da sindrome Adhd. Ne è convinto Antonio Guidi, neuropsichiatra ed ex sottosegretario alla Salute: «Per i ragazzi gli psicofarmaci equivalgono a un elettrochoc. Autorizzare la vendita del metilfenidato per i bimbi è come sottoporli a una tortura fisica. Considero grave culturalmente introdurre nel nostro Paese un farmaco specifico per una sindrome dei bambini, così poco identificabile. Se anche è vero che c'è un 3% dei piccoli che ne ha bisogno preferisco che sia curato con metodi alternativi». Dello stesso parere è anche il suo collega Paolo Crepet per il quale il ricorso agli psicofarmaci deve «rappresentare l’extrema ratio e comunque una strada assolutamente da evitare in età giovanile. Molto meglio può fare l’attenzione della famiglia».
L’associazione Genitori e Scuola, promotrice del «Progetto Prisma» (uno screening comportamentale su oltre 10.000 alunni ed alunne delle scuole dell'obbligo volto a rilevare l'incidenza della sindrome Adhd), fa sentire la sua voce via web: «È in corso una mistificazione delle percentuali di bambini che realmente necessitano di farmaci psichiatrici, cioè, si rischia di somministrare psicofarmaci anche a bambini semplicemente “vivaci”, o con difficoltà d'apprendimento e d'integrazione sociale che niente hanno a che vedere con una effettiva patologia: in effetti, psichiatri, psicologi, pediatri e pedagogisti sono fortemente critici quanto all'efficacia dei test utilizzati nella diagnosi dell'Adhd, che tendono a sovrastimare abbondantemente la percentuale di bambini realmente affetti da questa “sindrome da iperattività e deficit d'attenzione”».
Obiettivi analoghi vengono perseguiti anche dal comitato «Giù le mani dai bambini» che, sul tema dell’abuso degli psicofarmaci in età adolescenziale, ha coinvolto una serie di testimonial d’eccezione: uomini di spettacolo e di cultura concordi nel sostenere che, a volte, comprensione e affetto possono curare molto di più di una pillola.