Pubblica insicurezza

In ospedale e a scuola rischiamo la vita, Ma non esiste un'anagrafe degli immobili. E i pochi dati esistenti sono protetti più delle carte su Ustica

Entri in un albergo, negli uffici di un'azienda, in una fabbrica, e prima ancora del centralinista trovi ad accoglierti la planimetria con i punti di fuga in caso di incendio, affiancata da un'estintore con la targhetta su cui sono segnate le manutenzioni. In Italia le norme sulla sicurezza sono rigorose e i controlli ferrei, ed è sacrosanto vista la frequenza con cui si verificano incidenti talvolta tragici. Siamo un Paese a rischio terremoti, con un territorio fragile, dove in generale regna l'arte di arrangiarsi. Mettere in sicurezza i luoghi di lavoro è un dovere di coscienza prima che un obbligo di legge. Varchi invece la soglia di un edificio pubblico e piombi in una selva oscura. Scuole, ospedali, caserme, palazzi di rappresentanza, uffici giudiziari, cimiteri, mercati, case popolari, fabbricati rurali, edifici di culto, infrastrutture. Sono o non sono in regola? Chi garantisce che non si rischia la pelle a metterci piede? Dove sono gli attestati antisismici, le protezioni antincendio, gli impianti elettrici a norma? Una mamma può essere sicura che a suo figlio non cadrà in testa il soffitto della scuola, com'è successo lo scorso 13 aprile a Ostuni? E dove sono i cerberi che non danno tregua ai privati? Forse che, essendo pagati da un ente pubblico, chiudono un occhio con i colleghi?

UN SEGRETO DI STATO

La sicurezza negli edifici pubblici è uno dei peggiori scandali nazionali. Non esiste un'anagrafe degli immobili, o quantomeno un registro o un semplice database. Non è mai stato fatto un censimento relativo alla sicurezza. Non si sa che cosa sia a norma e che cosa no. Gli enti che dovrebbero intervenire sono una miriade e non è stata prevista un'autorità unica incaricata delle verifiche. Sulla carta le leggi sono severe, soprattutto in materia antisismica; esse dispongono verifiche e ordinano adeguamenti, ma se nessuno provvede non sono previste sanzioni. Gli interventi sono sporadici e troppo graduali, come dimostra la lentezza del piano per mettere in sicurezza le scuole. Soprattutto, non ci sono soldi. E ristrutturare costa maledettamente. Palazzo Marino, sede del municipio di Milano, è a norma? Ci vuole qualche giorno perché l'ufficio stampa si orienti nella congerie di dipartimenti: «Capirà, siamo sotto Expo». Ma siccome Expo dura sei mesi la domanda è ancora senza risposta. E il Campidoglio? A Roma sono dipartimenti, municipi di zona e sovrintendenze a occuparsi dei quasi 60mila edifici di proprietà comunale e del relativo monitoraggio. Ma la sede principale? Non si sa, forse se ne occupa il gabinetto del sindaco, forse no. Al comune di Palermo ci sono voluti 15 giorni per comunicare il nome del funzionario competente.

IL CAOS DELLE COMPETENZE

Il Giornale si è rivolto - al telefono o via mail - ai ministeri delle Infrastrutture e dell'Istruzione, all'Agenzia del demanio e alla Protezione civile, e ai comuni di Roma, Milano e di alcune grandi città classificate nelle zone sismiche a rischio maggiore: Palermo, Genova, Napoli e Potenza, unico capoluogo di provincia in zona 1, quella a sismicità più elevata. Le pochissime risposte ci rimbalzano da un ufficio all'altro. Lavori pubblici, patrimonio, urbanistica, demanio, opere pubbliche, inventario, edilizia scolastica. Ogni amministrazione ha un ufficio diverso competente (si fa per dire) per la sicurezza. E quando se ne occupano in troppi significa che in realtà non se ne occupa nessuno. La pubblica insicurezza è la fotografia del caos che regna ovunque, al centro e nelle periferie, dove si comanda e dove si esegue. Ma forse è un disordine voluto, perché nella confusione le responsabilità si perdono. Un segreto di Stato, custodito quasi si trattasse dei fascicoli su Ustica o sui servizi deviati.

LE RESPONSABILITÀ? MISTERO

«Volete scoperchiare il vaso di Pandora», dice l'ingegner Andrea Barocci, specialista in ingegneria delle strutture. «I dati che chiedete sono tra quelli in assoluto più riservati», confermano al Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, che possiede rilevazioni sulle abitazioni private ma non sugli edifici pubblici. Le leggi si sovrappongono, gli obblighi si sommano, ma i responsabili del patrimonio immobiliare pubblico riescono quasi sempre a eludere gli obblighi normativi. Gli inventari magari ci sono, ma nessuno si preoccupa di schedare gli immobili a seconda del grado di sicurezza. Non ci sono piani di intervento, né programmi con scadenze precise per la messa in sicurezza. Si va dalla bonifica dell'amianto alle caratteristiche degli impianti elettrici, dalle procedure antincendio fino al rischio sismico e idrogeologico.

UN PATRIMONIO IMMENSO

Il patrimonio è sterminato: secondo la Ragioneria dello Stato, nel 2012 il valore dei beni pubblici raggiungeva i 281 miliardi di euro, ma molte amministrazioni (tra cui Palazzo Chigi) non avevano segnalato le rispettive proprietà. A Roma gli immobili comunali sono 59.466 di cui 27.766 alloggi popolari mentre il comune di Milano possiede 22.409 tra terreni e fabbricati. La gran parte di questi beni è vecchia, benché non tutti abbiano un valore storico: soltanto il 44% delle scuole e il 30% degli ospedali italiani sono stati costruiti dopo il 1974, quando fu varata la prima normativa antisismica. Proprio le direttive per la riduzione del rischio terremoti mostrano la fragilità del sistema (oltre che delle costruzioni). Nel 2002 in Molise l'unico stabile interamente demolito dalle scosse fu un edificio pubblico: la scuola elementare di San Giuliano di Puglia, dove morirono 27 bambini e un'insegnante. L'anno successivo fu imposto agli enti proprietari l'obbligo di verificare le condizioni di tutti gli edifici pubblici italiani «con funzione rilevante o strategica» (scuole, caserme, prefetture, municipi, ecc. ) posti nelle zone sismiche 1 e 2. I controlli dovevano essere compiuti entro cinque anni ma sono slittati al 2013.

NESSUNA SANZIONE

Dieci anni per controllare il patrimonio immobiliare pubblico. A San Francisco, metropoli dotata - a differenza delle nostre - di un efficiente servizio ispettivo, hanno adottato un sistema più spiccio: nel 2013 il sindaco ha introdotto rigidi requisiti di sicurezza e un anno per adeguarsi. Lo scorso ottobre un funzionario ha fatto affiggere cartelli di pericolo in tre lingue sui portoni delle strutture inadempienti: «Questo edificio non rispetta le caratteristiche del San Francisco Building Code in tema di sicurezza sismica».

Pubblica insicurezza, pubblica gogna. Da noi non sono bastati dieci anni perché la norma italiana non prevede né sanzioni né pene per gli amministratori inosservanti. Il peggio però è che eseguire le verifiche non comporta l'obbligo di mettere in sicurezza lo stabile a rischio: è così che nel 2009 la prefettura dell'Aquila è crollata dopo che una verifica ne aveva evidenziato la vulnerabilità. Nulla dispone la legge sugli edifici non «rilevanti o strategici» o nelle zone sismiche 3 e 4.

VERIFICHE CHIUSE NEI CASSETTI

Ma non c'è nemmeno alcun obbligo di rendere noti i risultati delle verifiche, fermo restando il diritto degli interessati a chiederne visione. Se i proprietari degli edifici decidono di intervenire rischiano di provocare la rivolta di studenti e impiegati, come successe a Bojano (Campobasso): dovette intervenire la Commissione grandi rischi per tranquillizzare le mamme degli alunni di una scuola fatiscente. Più spesso gli amministratori pubblici decidono di chiudere tutto in un cassetto, evitando di mettere in piazza le responsabilità. È il caso di molti dirigenti scolastici. Secondo il XII Rapporto sicurezza di Cittadinanzattiva, soltanto il 33 per cento degli istituti ha una certificazione di agibilità statica, il 35 una certificazione di agibilità igienico-sanitaria e appena il 23 per cento una certificazione di prevenzione incendi. Tre istituti su quattro presentano problemi strutturali. Sovente mancano scale di sicurezza, uscite di emergenza, porte antipanico, vetrate conformi, estintori.

I SOLDI CHE MANCANO

Si sceglie di lasciare tutto com'è, magari nascondendosi dietro la mancanza di fondi. Spesso, in verità, questa non è soltanto una scusa. L'Associazione nazionale costruttori stima che per il semplice rafforzamento locale (interventi che non richiedono valutazione della sicurezza e collaudo statico) servano in media 300 euro per ogni metro quadrato di superficie, somma che sale a 450 euro per interventi di miglioramento sismico (opere su singoli elementi strutturali) e a 600 in caso di demolizione e ricostruzione. La sicurezza costa cara, anche se la vita non ha prezzo. Una spesa che molti non vogliono sostenere. Per un amministratore pubblico la sicurezza è parametrata al rapporto costi-benefici e alla probabilità che si verifichi l'evento infausto.

I governi negli anni hanno distribuito fondi a casaccio, da quelli per la bonifica dall'amianto al programma «6.000 campanili» in cui i cento milioni di euro stanziati per la sicurezza del territorio devono servire anche per nuove infrastrutture, opere pubbliche e reti wi-fi. L'esecutivo Renzi si è segnalato per il progetto Scuole sicure in cui le promesse non hanno ancora avuto seguito. Lo stanziamento complessivo per l'edilizia scolastica è di 3,9 miliardi di euro ma, a detta del sottosegretario Davide Faraone, ne servirebbero tre volte tanto. Una tranche di 940 milioni, già stanziata dal governo Letta, è ancora ferma. Bloccati anche i 40 milioni indirizzati alla «verifica strutturale dei solai», questione tornata di drammatica urgenza dopo il crollo di Ostuni. Lo scorso 22 aprile doveva essere presentata anche l'anagrafe scolastica, primo censimento sulla sicurezza di edifici pubblici. Ma molte regioni non hanno comunicato i dati. E l'anagrafe è slittata alle calende greche.