Il pubblicitario che vieta gli spot ai figli

Stefano Lorenzetto

All’inizio guardi le immagini distrattamente. Dopo un po’ cominci a provare una pena indicibile. Trascorsi otto minuti – tanto dura Evidence di Godfrey Reggio, regista di New Orleans – stai male fisicamente. Per girare il più angosciante cortometraggio che mi sia mai capitato di vedere, il cineasta americano ha fatto ricorso a un banale espediente: ha nascosto l’occhio miniaturizzato di una telecamera nello schermo di una Tv e ha filmato otto bambini mentre la guardano. Figli suoi e figli di suoi amici, ripresi di nascosto a Treviso. Erano i primi Anni 90 e Reggio allora dirigeva Fabrica, la fucina dell’immagine del gruppo Benetton che l’architetto giapponese Tadao Ando ha creato in una villa del XVII secolo nelle campagne di Villorba.
Vedi questi frugoletti sotto i dieci anni, ipnotizzati, completamente catatonici, come se fossero stati imbottiti di psicofarmaci. Fissano tutti un punto indefinito nel vuoto. Gli occhi non si muovono mai, le palpebre s’abbassano di rado, il respiro sembra assente. Assomigliano a drogati o a pazienti d’un manicomio. Una piccina dai capelli rossi tiene per tutto il tempo la testa reclinata di lato, le labbra socchiuse in un’espressione ebete, quasi l’avessero lobotomizzata.
Chissà quale scena tragica stavano osservando questi poverini, dico. «Dumbo, il cartone animato di Walt Disney», mi raggela Paolo Landi, estraendo il Dvd dal computer. Dipenderà dalle sinfonie ossessive di Philip Glass, unica colonna sonora del cortometraggio. O dipenderà dal fatto che ha davvero ragione Landi: la televisione ci guarda. Ma alla fine ti passa la voglia di tenerti in casa un’ospite così. E infatti Volevo dirti che è lei che guarda te s’intitola il libro, con prefazione di Beppe Grillo, in cui Landi, laureato a Firenze in scienze politiche col poeta Mario Luzi, teorizza un rimedio estremo all’invadenza della Tv: spegnerla. Non di tanto in tanto, quando il convento passa una minestraccia riscaldata. Per sempre. «A casa mia l’abbiamo relegata in soffitta otto anni fa e da allora nessuno l’ha mai più accesa, senza che i miei figli Alessandro, 11 anni, Lavinia, 9, e Jacopo, 5, ne avvertano la mancanza».
Il proposito di per sé non appare né nuovo né rivoluzionario, se è vero che fra il 2000 e il 2005 l’hanno messo in pratica 1.375.000 italiani, pari al 4,8% degli abituali spettatori del piccolo schermo. Ma diventa insolito se a propugnarlo è il direttore della comunicazione di Benetton, che ogni anno decide come spendere 30 milioni di euro per bombardarci di pubblicità («mai televisiva, però»). E diventa addirittura bizzarro se si considera che Landi, prima d’essere chiamato 15 anni fa in Fabrica a prendere il posto di Godfrey Reggio, è stato critico televisivo dell’Europeo, di Linus e di Comix e oggi è docente di comunicazione e mercato al Politecnico di Milano.
Landi ha abolito la Tv da quando, insieme con la moglie Lydia, docente di inglese, s’è persuaso che i programmi, tutti, nessuno escluso e tiggì compresi, altro non sono che deboli pretesti per i sempre più frequenti stacchi pubblicitari. «La televisione non intrattiene alcun rapporto con gli spettatori: li considera solo potenziali consumatori. Li divide per sesso, target, ceto sociale, capacità di spesa, controlla se hanno inzuppato il biscotto giusto nel latte. I primi a farne le spese sono i fanciulli, che vengono trattati da adulti». E qui cita il giudizio tranciante di un prete che conobbe da ragazzo, don Lorenzo Milani: «Un bambino che si occupa di cose più grandi di lui è sempre un imbecille».
Ha frequentato la scuola di Barbiana?
«No, però ho avuto come professoressa Adele Corradi, l’unica donna che insegnò l’italiano ai ragazzi del priore di Barbiana. Sono nato nel 1953 poco distante, a Luco di Mugello. Frequentavo la prima media quando conobbi don Milani e devo dire che mi fece una certa impressione».
Perché?
«Pronunciava parole tabù. Il suo intercalare era “cazzo”. Stava dipingendo una vetrata policroma raffigurante San Francesco. Mi porse il pennello: “To’, disegnagli i coglioni. Pardon, volevo dire i cordoni del saio”. La Elda Pelegatti, che gli fece da perpetua fino all’ultimo, preparava le bracioline fritte. Finito di mangiare, don Milani radunava gli allievi per il rito dell’apertura della posta».
A Barbiana leggevano i quotidiani in classe. I nostri figli non devono sapere in che mondo vivono?
«Non attraverso la Tv. Mettendo sullo stesso piano Gatto Silvestro e l’eccidio di Beslan, la televisione azzera ogni differenza tra infanzia ed età matura. Davanti al video gli adulti rimbambiscono, verbo che non a caso deriva dallo stesso arcaismo, bambo, che è alla radice di bambino, e i ragazzi precocizzano. Sento dire da illustri psicologi: “Non lasciate mai i vostri figli da soli davanti alla Tv”. Al contrario: qualora si decida di fargliela vedere, loro vanno lasciati da soli a guardarsi i loro cartoni animati e noi a guardarci le nostre stragi».
Che cosa seguivate quando stava in salotto?
«Ci piaceva la serie di fantascienza X-Files».
Da bambino che rapporto aveva con la Tv?
«Mi attraeva molto. Mi tenevano compagnia I racconti del faro con Fosco Giachetti, il vecchio guardiano dello scoglio che soffiava nella ricetrasmittente “Qui Libero chiama radio costa”, I ragazzi di padre Tobia, Giovanna la nonna del Corsaro nero. Allora la televisione aveva una funzione pedagogica e d’intrattenimento che è andata persa. Oggi è totalmente mercificata. Una televendita».
Ma perché la Tv di ieri era migliore?
«Perché non s’era consegnata al diktat della pubblicità. Nonostante fossimo in pieno boom economico, non imponeva la coazione a consumare. Oltretutto l’eccesso di spot snatura la pubblicità, le toglie bellezza, la rende inefficace. I prodotti hanno smesso d’avere la funzione per cui vengono fabbricati, sono diventati puro desiderio di possesso. Ieri si reclamizzavano pensando che la gente ne avesse bisogno, oggi sono gli spot a indurre il bisogno. Il che è diverso».
Da bambino lei guardava molto la Tv?
«Abbastanza. Ma oggi la vita di un bimbo è solo televisione, computer, playstation, gameboy e telefonini. La sua cameretta è una foresta di schermi. Invece nella mia vita c’erano tante altre cose».
Per esempio?
«Rubabandiera, moscacieca, palla avvelenata, nascondino, quelli che in un manuale vengono definiti “giochi in via d’estinzione”».
Giochi di strada. Se li vede oggi i genitori che mandano i figli a giocare per strada?
«Vero. Ed è qui che la Tv mostra la sua connotazione peggiore, classista. I figli della buona borghesia in qualche modo ancora si salvano. Ma i figli dei poveri no. La televisione è fatta per loro, per i ragazzini obesi sequestrati nei casermoni della Magliana, seduti davanti al video a mangiare nutella e patatine mentre papà e mamma sono al lavoro. Ecco perché la Tv per i poveri ha programmi scandalosamente appiattiti verso il basso».
Lei stesso non è mai in famiglia. Ho letto che viaggia moltissimo e in un anno è arrivato a collezionare più di 90.000 miglia in aereo. In pratica i suoi figli li vede pochissimo. Allora perché li ha generati?
«Non saprei dirle perché. So solo che senza di loro la mia vita non avrebbe senso».
Ma lei di che Tv sta parlando? Di Rai? Di Mediaset? Di Sky?
«Non vedo differenze. È la Tv mondiale fatta così. Del resto il sociologo Herbert Marshall McLuhan l’ha sancito nel lontano 1964: una televisione migliore non sarebbe più televisione».
E quand’è che s’è risolto a toglierla dal salotto?
«Quando mi sono accorto che il mio primogenito trangugiava pranzo e cena in due minuti per correre davanti al piccolo schermo. Cadeva in preda a turbe psicomotorie se gliela spegnevi, faticava a prender sonno. Un piccolo inferno domestico. La Tv decideva delle nostre vite. Fu la sua insegnante a darci la soluzione».
Ho visto la dedica in apertura del libro: «Alla maestra di mio figlio Costanza Warning, della scuola Rudolf Steiner di Conegliano, che una sera venne a casa nostra, si rimboccò le maniche e ci aiutò fisicamente a rimuovere la Tv dal salotto». La pedagogia di Steiner non contempla la televisione?
«Contempla che il bambino abbia esperienze fisiche, reali. Combatte la sua intellettualizzazione precoce. L’aspetto paradossale della scuola steineriana è che ha avuto notorietà in Italia solo perché l’hanno frequentata i figli di Veronica Lario e Silvio Berlusconi, che della Tv commerciale è il magnate. Quando ci portai la prima volta mio figlio, a Oriago, mi accorsi che il maestro osservava le gambe di Alessandro. Qualcosa non va?, domandai. “No”, rispose l’insegnante, “è che se suo figlio non ha lividi e sbucciature sulle ginocchia non può frequentare questa scuola”. Per fortuna li aveva».
Alessandro come reagì alla scomparsa del video?
«I più spaventati eravamo mia moglie e io. Incredibile: non se ne accorse nemmeno. Cominciò a giocare. Gli origami li ritagliava per conto suo, anziché star lì per delle ore a guardare il Muciaccia di turno che lo faceva per lui dal video. Se questa società fosse intelligente, dovrebbe aprire laboratori protetti non per i disabili bensì per i nostri figli, dove, giocando, imparerebbero dai nonni in pensione come si costruisce un mobile. Il guaio è, come denuncia Guido Ceronetti, che ormai persino gli anziani sono soltanto capaci di farfugliare brandelli di informazione televisiva. Per parlare del tempo che fa dicono “meteo”. Ci pensa? Meteo».
Il 32% dei bambini guarda la televisione fino a tre ore al giorno, il 16% per più di tre ore. Non crede di combattere una battaglia persa?
«Quand’ero ragazzo volevo cambiare il mondo. Oggi mi accontento di capirlo. Come si fa a essere contro la Tv, Internet e il telefonino nel 2006? È evidente che la tecnologia serve. Ma quando la tecnologia, anziché un mezzo, diventa l’ambiente in cui viviamo, allora smette di essere utile e diventa un’altra forma di schiavitù».
Non guarda proprio niente in Tv, neppure i telegiornali?
«Sono rimasto fermo a dieci anni fa, alla Lilli Gruber che recita di sbieco e ai titoli con la musichetta in sottofondo. L’esatto contrario dell’informazione. Notizie non notizie. Giornalismo spettacolarizzato. Sono sparite le immagini, cioè il motivo stesso per cui era stata inventata la Tv. Da Unomattina a Gigi Marzullo è una babele di gente che chiacchiera. Devono crollare le Torri gemelle per vedere un filmato».
Non sente la mancanza del video?
«Mai. Prima tornavo a casa la sera e mi accasciavo sul divano davanti a Porta a porta. Ero convinto di non potermi perdere neppure una puntata. Sono otto anni che non vedo Bruno Vespa e non m’è successo nulla».
Ai suoi figli ha vietato tutte le diavolerie elettroniche?
«Sì. Per il telefonino si vedrà. A 18 anni, spero».
Non teme di farne degli asociali?
«No. Alessandro se la prende: “Tu vai in giro a raccontare che siamo senza Tv e io mi vergogno”. Pazienza. So che questi aggeggi piacciono, ma ritengo utile che i bambini non li usino. Penso che da adulti mi ringrazieranno».
Lo psichiatra Paolo Crepet le dà torto: «Vietare la Tv è un errore. I divieti aumentano il desiderio. Provate voi a proibire la Tv a un undicenne: si scatenerebbe la guerra, e correrebbe a vederla da un amico».
«Non mi ritengo un fondamentalista. Se giocano con la playstation quando vanno in casa d’amici, liberissimi di farlo».
Vietato anche Internet?
«Ho chiesto ai miei 177 studenti del Politecnico: alzi la mano chi ha visto il Festival di Sanremo in Tv. Cinque. Poi ho chiesto: chi naviga su Internet? Tutti. Qui sono in disaccordo con Beppe Grillo che lo esalta. Lo dice la parola stessa: se è una Rete, significa che ci resti impigliato. Su Colors, la rivista di Benetton, volevamo pubblicare i mille siti più strani per poi farne un volume con l’editore tedesco Taschen. Sono rimasto sconvolto dalla pornografia inimmaginabile di Internet. Tu ti aspetti il peggio del peggio. No, va oltre».
Ma il suo ufficio non è quello che nel 1993 mise un enorme profilattico all’obelisco di Place de la Concorde a Parigi? Non mi sembra un esempio di compostezza.
«Una provocazione ad alto contenuto sociale: rientrava in una campagna contro l’Aids».
Anche lei comunque lavora per vendere tanti bei maglioni colorati.
«Diciamo di sì. Ma agli adulti, non ai bambini».
Il filosofo Stefano Zecchi le obietta che, «per quanto ben fatta, la Tv non può essere educativa: non è compito suo, dobbiamo renderci conto che è solo un mezzo di intrattenimento».
«Non è nemmeno più un mezzo d’intrattenimento. Ci ricordiamo di “Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via”. Provi lei a dirmi la marca di una di quelle auto che filano tra i cipressi delle colline toscane. Tutte uguali, in spot tutti uguali, a farcire trasmissioni tutte uguali. La Tv basta guardarla cinque minuti per vederla cinque anni. In albergo a Milano mi si è ripresentato in video Leopoldo Mastelloni accanto a Piero Chiambretti. Ma non l’avevano cacciato dopo aver bestemmiato in diretta con Stella Pende? Alle sette di sera c’è ancora Ok, il prezzo è giusto o qualcosa che gli assomiglia. Ho visto persino Corrado Augias che stava lì a parlare di Wanna Marchi...».
Cristina Parodi del Tg5 le contrappone la tesi dell’americano Steven Johnson che ha scritto Tutto quello che fa male ti fa bene, in cui sostiene che la Tv sviluppa l’intelligenza dei bambini.
«Uno dei libri più stupidi che abbia mai letto. Questo signore, probabilmente foraggiato dalle corporation, arriva addirittura ad affermare che la playstation stimolerebbe nel bambino le connessioni neurologiche. Stronzate. Due occhi umani possono produrre un’elaborazione d’immagini superiore a quella che riuscirebbero a ottenere tutti i cervelli elettronici del mondo messi assieme. Fino a tre anni fa i marchi più conosciuti del pianeta risultavano McDonald’s, Disney e Coca-Cola. Oggi sono stati rimpiazzati da case di elettronica. Dice qualcosa?».
Non trova buffo che a lanciare l’allarme sia uno scrittore che di mestiere fa il direttore della pubblicità?
«È quello che mi rimproverano quando vado in giro a presentare il mio libro: “Da che pulpito...”. Scusate, ma da che pulpito deve venire la predica se non dal mio? Sono esperto di pubblicità e ho tre figli. Ritengo che consumare sia un’attività gratificante, ma “una” attività, non la principale. I maestri mi dicono che gli alunni arrivano a scuola dopo aver già visto un’ora di Tv. Due insegnanti di ginnastica, uno di Molveno e uno di Cavaion, province di Trento e Verona, mi hanno confidato che hanno problemi seri a far eseguire il salto ai bambini: “Sono fisicamente impediti. L’unico organo che sviluppano è il pollice che pigia il telecomando”».
Si può salvare la Tv da se stessa?
«No, non c’è alcuna speranza. Ma non lo vede quant’è orrenda? Gli studi dei tiggì sembrano gelaterie di Milano Marittima. Ormai predomina l’estetica del brutto. Mi viene da ridere quando mi spiegano che la Tv ha unificato l’Italia insegnando alla gente a parlare. Sì, amo svortato, come dice Maurizio Costanzo».
Ma tutti quelli che fanno la Tv non avranno a loro volta dei figli da difendere?
«Quelli che fanno la televisione ragionano così: sempre meglio farla che guardarla. Comunque George Gilder in La vita dopo la televisione, scritto nel 1990, ha previsto lucidamente come andrà a finire: tra qualche anno dire video o telefono sarà come dire carrozza a cavalli. La Tv si frantumerà in migliaia di schermi e di canali, per cui tanta televisione, niente televisione. Smetterà di avere centralità nella vita delle persone, di essere quel mobile che troneggia in salotto. E allora anche i giornali italiani cesseranno d’inseguirla, d’occuparsene. Il New York Times non parla di televisione in prima pagina».
Tornasse in vita Jean Jacques Rousseau, che indicazioni pedagogiche darebbe per difendere l’infanzia del terzo millennio dalla Tv?
«Sempre le stesse: il bambino è un fuoco da accendere non un vaso da riempire».
(341. Continua)
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