Il pubblico applaude per non rovinare la festa

Cavoli acidi sul red carpet. La simbolica Union Jack lungo la passerella rossa dei Vip - verze e mele confitte in una griglia a mò di bandiera inglese -, alla fine era sfatta. Come decotta è parsa la sesta edizione d'un festival all’insegna dei fichi secchi, tra scarti di Venezia (Il mio domani) e assaggini di 15-20 minuti (Twilight e Hugo),venduti a prezzo intero, però, come nelle più loffie osterie romane. Vabbè: è finita e smettiamo di cercare all’Auditorium qualche notevole film da rassegna internazionale. Ieri, però, mentre da Genova arrivavano notizie disperanti e al festival si disponevano i fuochi d’artificio per la chiusura col botto, qualcosa nell’aria strideva. Un po’ come la presenza del ballerino Roberto Bolle in giuria: sarà esperto di punte e amico di Gian Luigi Rondi, ma di cinema mastica poco. Chi ha vinto, sebbene in finale poco importasse agli addetti ai lavori, data l’esiguità delle opere in concorso? Cosa piove dal cielo?, cioè Un cuento chino dell’argentino Sebastiàn Borensztein, è il miglior film. Con le sue suggestive atmosfere di solitudine e quella mucca pezzata che piomba dal cielo è salito sul podio e il pubblico potrà giudicare l’anno prossimo, quando la Archibald lo distribuirà.
All’angosciante svedese Noomi Rapace, nota ai più come Lisbeth, la hacker di Uomini che odiano le donne, è andato il Marc’Aurelio come miglior attrice. Scelta discutibile: la scandinava appare e scompare in Babycall, horror di Pal Sletaune ambientato ad Oslo, ma sempre con uguale espressione. Lei, del resto, è portata dalla cineindustria americana e l’attrice statunitense Debra Winger in giuria, unitamente alla regista danese Susanne Bier, avranno fatto la loro parte. Miglior attore è risultato Guillaume Canet per Une vie meilleure di Cédric Kahn. Anche regista, già al festival di Roma con Last Night, Cantet ha disegnato con talento la figura di Yann, cuoco pronto a rifarsi una vita, nonostante i debiti e la dura quotidianità. Tra parentesi, Cédric Kahn ha vinto la palma simbolica di miglior presenza maschile sul red carpet, per lo più affollato da anziani artisti in libera uscita e oscure stelline. Mentre il collega Luc Besson, panzetta alcolica e chioma in disordine, è stato scarsamente riconosciuto persino dai paparazzi, nonostante la maglietta con su stampato il bel viso di Aung San Suu Kyi, eroina del suo film. Il Gran Premio della Giuria grida ancora «vive la France!» con Voyez comme ils dansent di Claude Miller, garbato mélo alla Godard, dove Maya Sansa, trapiantata Oltralpe, ha dato buona prova di sé come medico di frontiera. E dall’Australia viene Fred Schepisi, che con The eye of the storm, tratto dal romanzo L’occhio dell’uragano di Patrick White, ha vinto il Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio, ambientando in un sobborgo di Sidney una torbida storia familiare, con un cast di livello: da Geoffrey Rush a Charlotte Rampling. Forse Hotel Lux del tedesco Ralf Wengenmayr meritava qualcosa di più del Premio alla colonna sonora, ma tant’è. Gli italiani, non pervenuti, restano senza premi. E se questo è stato un festival di documentari, Girl Model di David Redmon e Ashley Sabin è il miglior docufilm. E le giurie junior? Sotto i tredici anni,hanno preferito En el nombre de la hija di Tania Hermida e sopra, l’insinuante Nordzee Texas di Bavo Defurne, buono per minare, con la sua tematica omosessuale, la già fragile identità personale degli adolescenti. Le orde di scolaresche portate in pullman a vedere i tormenti di lui&lui, una volta in classe, avranno dovuto scriverci su un tema? Del resto, alla kermesse che Galan vuole restringere a mercato competitivo con Cannes non sono mancate le grossolanità. La più divertente? La ragazza che di fronte a un Michele Placido allibito, durante un casting, s’è spogliata simulando un orgasmo alla Meg Ryan (Harry, ti presento Sally).