Il pugliese Placido vuole abolire i politici del Sud

da Milano

Doveva essere uno dei candidati «vip» del Partito democratico, insieme ai registi Ettore Scola e Ferzan Ozpetek, usciti dalle liste ancor prima di entrarci, per far posto a ulivisti e prodiani in cerca di seggiole. Eppure, se ci fosse entrato, per coerenza avrebbe dovuto dimettersi all’istante. Perché il pugliese Michele Placido da Ascoli Satriano, provincia di Foggia, pensa che nessun meridionale meriti un posto nel nuovo Parlamento. Fosse per lui ne interdirebbe l’accesso per cinque anni ai politici del Sud, che «hanno dato e danno quotidianamente spettacolo indecente di mafiosità, malaffare e incapacità - ha detto litigando a Tetris (La7) con Raffaele Lombardo del Mpa -. La società dei Sud non può essere rappresentata in Parlamento da questa gente». Ancora un po’ e la lite finiva alle mani. Perché Placido è un sanguigno, e poi - dice lui - non è un politico abituato ai dibattiti: si scalda subito.
Eppure nel suo curriculum la politica fa sempre capolino. Nel 2006 era candidato della lista civica «Roma per Veltroni». Nel Caimano di Nanni Moretti fa la parte dell’attore che rifiuta di impersonare Berlusconi. Del resto non ha mai nascosto le sue simpatie politiche: «Sono di sinistra, voto per l’Unione, l’altra notte ero alla festa di Milano dei Ds - ha detto una volta -. Ho dato un sostegno forte alla vittoria di Nichi Vendola, nella mia regione, contro i miei amici che mi prendevano in giro dicendo: “Quello è ricchione”. Ma non sono mai stato comunista: per una ragione banale, quella per cui non lo sono milioni di italiani che ricordano le file, a Mosca, per un rotolo di carta igienica». Socialista sì, però. Lo chiamò Bettino Craxi in persona, dopo il successo della Piovra, per candidarlo al Parlamento europeo. «Non mi guardava mai negli occhi, era sfuggente, inquieto, sembrava stanco, a pelle sentii che qualcosa in quell’uomo non andava. Mi candidai con Pannella, arrivai secondo dietro di lui».
Poi fu il turno di Giorgio La Malfa, segretario dei Repubblicani, che cercò di arruolare quell’attore sanguigno e schietto usando Fellini come persuasore. «Fellini mi disse che votava per il Pri, mi parlò dei repubblicani in Romagna, era un gran bel partito, diceva... Accettai. Quando arrivai a Foggia, che doveva essere il mio collegio sicuro, lasciai perdere. Meglio così». Aperto a tutti, tranne ai meridionali.