«Pugnalato dalla stampa italiana»

Cannes«Siamo stati pugnalati alla schiena dalla stampa italiana» esordisce Marco Bellocchio, col migliore dei sorrisi, peraltro, nell’incontro con un’ampia rappresentanza della categoria pugnalatrice al Festival.
Il regista allude alle stroncature di Vincere, il film italiano in concorso al Festival. Cita anche Stefano Lorenzetto a difesa della tesi del suo film, secondo il quale Ida Dalsér (Giovanna Mezzogiorno) fu vittima della miseria morale di Benito Mussolini (Filippo Timi), padre di suo figlio - (sempre Filippo Timi) - più che della propria ossessione: dire che Mussolini dal 1914 era suo marito davanti a Dio.
Chiedo a Bellocchio perché un ateo socialista - tale era allora il futuro Duce - dovesse sposare in chiesa una donna che l’adorava anche per l’ateismo. Dice Bellocchio: «Il matrimonio sarebbe avvenuto a Trento, allora asburgica, e non si sarebbe potuto celebrare civilmente fra una suddita di Francesco Giuseppe come la Dalsér e uno straniero, Mussolini appunto».
Così il film presenta le nozze in chiesa come un sogno della Dalsér, visto che nessun certificato l’avalla.
Il dettaglio è importante nel giudicare il caso Dalsér, perché il definirsi «moglie di Mussolini» (e non solo madre di suo figlio, Benito Albino) determinò i referti di insanità mentale che portarono lei - colta, emancipata, intelligente - a finire i suoi giorni nel 1937 in manicomio.
In un altro manicomio li avrebbe finiti nel 1942 anche Benito Albino, nato nel 1915. Nella rovina di quest’ultimo, continua Bellocchio «il disinteresse del padre si sommò all’ostinazione della madre nel pretendere che Mussolini le riconoscesse il rango di moglie», sottrattole da Rachele Guidi, che gli aveva dato Edda ben prima della nascita di Benito Albino. Quanto al paragone della stampa straniera (il caso Dalsér-Mussolini sta al caso Lario-Berlusconi), Bellocchio lo considera sbagliato, perché «nessuno pensa di mettere la Lario in manicomio e di toglierle i figli. E poi lei ha chiesto il divorzio, non il riconoscimento come moglie...». Per Bellocchio, «lei rovinò se stessa e soprattutto il figlio nel chiedere l’impossibile» e «la si poteva considerare una donna sul filo della follia», forse valicato dopo, se non prima dell’internamento. La Dalsér fu una «disturbatrice» per il regime «nella sua fase catto-fascista subito prima e subito dopo il Concordato». Così, al povero Benito-Albino, dimenticato dal padre e usato dalla madre, toccò quel destino da tragedia greca perché sua madre s’era rivelata una nuova Medea.