Il pugno di Chivu costa, ma Moratti perdona

Pugno di ferro per il pugno di Chivu. Come previsto, il giudice sportivo Gianpaolo Tosel, presa visione delle immagini televisive (sfuggite in diretta agli occhi di arbitro, guardalinee e quarto uomo) e vista «la condotta violenta» del romeno, ha squalificato il giocatore interista per quattro giornate: Chivu, dopo che il club nerazzurro ha deciso di non fare ricorso, («nonostante la gravità della sanzione inflitta» la nota apparsa sul sito ufficiale dell’Inter) tornerà disponibile per la sfida del 27 febbraio a Genova contro la Sampdoria, lasciando spalancato un portone sulla fascia sinistra dove l’ultimo arrivato Yuto Nagatomo potrebbe infilarsi per dimostrare da subito il proprio valore.
Pugno di ferro, dunque, nonostante le lacrime di Chivu, nonostante l’immediato mea culpa del romeno, nonostante le parole di riconciliazione del barese «suonato» Marco Rossi: «Capisco che, forse, durante la partita possano succedere questi black-out». Una tesi difensiva, quella del raptus, sostenuta ieri anche dal presidente Massimo Moratti: «Ci dispiace molto, ci dispiace per Marco Rossi - le parole del numero uno nerazzurro, pronunciate poche ore prima della stangata -: ci scusiamo anche noi insieme a Chivu e ci dispiace anche per lui perché è la prima volta che capita una cosa del genere. Chivu è un ragazzo buonissimo e lo ha dimostrato poi alla fine della partita chiedendo scusa. Ripeto, ci dispiace molto, è stato una specie di raptus che neanche lui sa come giustificare».
Il giudice sportivo penalizza sì l’Inter, ma non risarcisce il Bari che avrebbe potuto affrontare una squadra monca di un uomo per buona parte del secondo tempo con il risultato ancora bloccato sullo 0-0. Un po’ come successe durante Chievo-Inter dello scorso novembre quando Eto’o con una testata mandò ko il gialloblù Cesar tra l’indifferenza della quaterna arbitrale comandata dal fischietto Rocchi (allora il Chievo vinse lo stesso). E anche se con i “se” e con i “ma” non si va da nessuna parte, le dietrologie riaccese dal Delneri dopo la partita contro il Palermo («Calciopoli è finita 5 anni fa, se mai è esistita») tornano a farsi largo. Polemiche di cui Moratti, però, non vuole nemmeno sentir parlare e che chiude con una malcelata vena ironica: «La Juve che si lamenta degli arbitri è una cosa un po’ nuova, però devo dire che ho visto quella cosa lì (il fallo di mano di Bovo in area non sanzionato dall’arbitro, ndr) e ha impressionato anche me», le parole del numero uno nerazzurro, dimenticando che anche a Bari, forse, qualcuno è rimasto impressionato (oltre che penalizzato) dal cazzotto del romeno.
Comunque. La nuova Inter di Leo, tra sorrisi e tanta ars oratoria del brasiliano, continua a macinare punti e ad avvicinarsi pericolosamente (per i colori rossoneri) alla testa della classifica. Il work in progress di Leonardo ha dato nuova anima all’Inter, non ancora un volto ben definito: il tridente lanciato contro il Bari (e cambiato in corsa con l’innesto di Sneijder) non ha dato i risultati sperati: «Spesso è capitato che pur giocando dall’inizio con tre o quattro attaccanti - l’analisi di Moratti - non si facesse niente: il tridente non è da bocciare ma allo stesso tempo è stato più utile giocare poi diversamente».
E sebbene al derby di ritorno manchino ancora un paio di mesi, qualcuno ha già segnato col circoletto rosso la data del 3 aprile. D’altronde, dopo i 18 punti su 21 conquistati da Leonardo («ci contavo, spero vada avanti così»), è facile farsi prendere da improvvisi attacchi di remuntada. Non per Moratti. Che con il solito aplomb rimanda a commenti futuri un possibile derby scudetto: «Abbastanza prematuro: tutte le squadre hanno paura delle altre, però ognuno fa il campionato su se stesso. Il Milan è avanti di qualche punto, può godere ancora del proprio vantaggio». Che grazie alla cura Leo, da 13 punti è già sceso a 7.