Pugno di ferro e lingua di velluto

I principali quotidiani italiani ieri non si sono trattenuti. Anche se non sono giunti a titolare «era ora» come ha fatto l’Unità, l’esultanza per le dimissioni di Cesare Previti traspariva a ogni riga. All’addio dell’ex ministro era riservata la posizione di solito occupata dai fatti più importanti del giorno. Per Corriere e Repubblica nulla era da considerarsi più rilevante delle dimissioni del deputato di Forza Italia, né i costi della politica, né le tasse. Finalmente il «male assoluto» se n’è andato. Non importa che Cesare Previti fosse già uscito di scena. Da tempo, ossia dal giorno in cui la sua condanna era diventata definitiva e si era presentato all’ingresso del carcere di Rebibbia per consegnarsi alla giustizia, Previti era uno zombie.
Ma non è di lui che voglio parlare. La sua storia è nota. I lettori del Giornale conoscono le accuse di cui era imputato e le sue proclamazioni d’innocenza. Egli si è sempre dichiarato vittima di una persecuzione politica, ma i giudici – anche quelli della Cassazione – non gli hanno creduto e lo hanno condannato. Non è dunque del caso Previti che mi voglio occupare, ma di una certa disparità di trattamento. Già, perché vedete, mentre la Camera espelleva il bubbone infetto chiamato Previti, mentre gli inflessibili redattori impaginavano senza pietà il commiato dell’ex ministro, poco, pochissimo spazio era dedicato alle furbizie messe in atto dai Ds per salvare D’Alema e Fassino dal rischio di essere indagati per il caso Unipol.
Ciò che mi ha colpito è il clamore riservato a un’uscita di scena scontata e la minimizzazione di chi invece in scena non ci vuole andare e soprattutto non vuole finire in un’aula di tribunale. Come ho già spiegato, i due leader della Quercia hanno finto di voler chiarire la vicenda delle intercettazioni, dicendosi pronti a autorizzare l’uso giudiziario delle telefonate con Consorte. In realtà era una furbata da furbetti del Botteghino. I loro proconsoli in Parlamento erano già al lavoro per insabbiare tutto. Prima si sono inventati la richiesta di chiarimenti da inviare ai giudici di Milano. Poi, adducendo la necessità di ulteriori informazioni, hanno rinviato il tutto a settembre. Decidendo di non decidere la sinistra – aiutata dalla linea garantista di Forza Italia – spera che alla fine la polemica si quieti e gli italiani si dimentichino. Che la strategia sia questa è rivelato anche dal fatto che né D’Alema né Fassino hanno inviato alla commissione le loro memorie difensive. Zitti zitti i Ds aspettano che la buriana passi, che la Forleo sia censurata, che i quotidiani si distraggano. E i giornali, soprattutto quelli indipendenti, sono facili alle distrazioni.
Basta una chiacchiera estiva o una nuova moda e giù fiumi di parole. Neanche una per commentare ciò che anche i sanpietrini di Montecitorio sanno, ossia che i vertici della Quercia non hanno nessuna voglia di raccontare la vera storia delle manovre di Unipol. Del resto perché stupirsi? Da Ernesto Galli della Loggia a Eugenio Scalfari ormai è tutto un raccontare che i grandi quotidiani sono spesso un partito e difendono degli interessi, talvolta della pubblica opinione, altre volte di bottega. E dunque via: pugno di ferro con Previti, mano di velluto con i compagni. Anzi: lingua di velluto.