Pugno di ferro della Figc: cartellino rosso alle bestemmie in campo

Sventato l’impossibile golpe. Sussurrato a Milano nei corridoi della Lega professionisti nei giorni caldi del campionato, adottato al volo dal presunto presidente Beretta, è stato smontato e rimesso in un cassetto nel giro di poche ore. Cosa chiedevano alcuni presidenti, tra cui Zamparini del Palermo, preoccupati per l’eccesso di autonomia, politica oltre che economica, della categoria? Volevano che l’organizzazione rientrasse sotto l’ala della confindustria del pallone in occasione della divisione tra serie A e serie B e che l’operazione venisse impreziosita dal ritorno al sorteggio totale, via computer per evitare manomissioni. Giancarlo Abete, il presidente federale in carica, è stato, contro le proprie abitudini caratteriali, tranciante: «Arbitri sotto il controllo delle società? Non se ne parla». Fine della discussione, insomma.
Sull’argomento bollente degli arbitri, piuttosto, due novità hanno reso il panorama meno tormentato. Il primo contributo è arrivato dallo stesso consiglio federale che - in omaggio al Coni - ha messo al bando dei campi di calcio le bestemmie. Per i trasgressori scatterà il cartellino rosso e per i casi, clamorosi, sfuggiti all’arbitro, sarà possibile applicare la prova tv, opportunamente estesa fino alle ore 16 del giorno successivo alla gara e non più alle 12. Vietate anche «sottomaglie» con scritte personalizzate (ditelo a Legrottaglie): messaggio in codice pure per Materazzi e altri goliardi.
L’altro contributo alla serenità è arrivato da Napoli diventato un cratere dopo gli incidenti di domenica, le proteste dei napoletani e le parole in libertà di Mazzarri («era tutto scritto»). È toccato a un sapiente dirigente, Riccardo Bigon, giovane e giudizioso ds del Napoli, trovare le parole per rimettere il club dentro il sistema. «Non esiste alcun complotto per frenare la corsa del Napoli, conosco personalmente Collina e Nicchi, so che persone sono e come gestiscono la classe arbitrale». Bigon ha chiesto scusa all’arbitro Damato per «l’eccesso di critica» esercitato domenica dopo la partita. Ben fatto.
Tornando al polverone sollevato da Zamparini, i primi a ribellarsi sono stati i numero uno e due del settore arbitrale finiti di recente nell’occhio del ciclone. Nicchi, presidente dell’Aia, e Collina, designatore in carica, hanno in privato espresso il loro parere contrario. Il capo dei fischietti ha definito il piano «chiacchiere»: avrebbe potuto e dovuto aggiungere da bar, poiché si tratta di chiacchiere fatte al quarto piano di via Rosellini, nel vano adibito a bar durante le assemblee dei dirigenti. Collina ha aggiunto una smentita ufficiosa: non ha mai espresso parere favorevole alla contro-riforma. Come molti ricorderanno, infatti, la parziale autonomia degli arbitri rispetto alla Lega venne realizzata da Matarrese all’altezza del suo mandato federale (novembre ’87), l’autonomia totale è stata invece varata dopo «calciopoli» cancellando i vincoli precedenti (compreso il parere del presidente di Lega per la nomina a designatore).
Qualche apertura, molto timida, in verità, è stata firmata da Beretta, l’unico. «Ipotesi da prendere in considerazione» l’ha definita per far capire ai suoi presidenti che non ha suonato la ritirata. «Quando ne vorremo parlare, ci riuniremo e troveremo la soluzione migliore» la mediazione di Nicchi. Non ha chiuso il portone: dopo i fiaschi recenti, Rocchi nel derby e Damato a Udine, non era il caso di rinchiudersi in una ridotta. È stato invece Abete a mettersi di traverso. «In tutta Europa vige la designazione, da noi funziona da 4 anni» il suo parere deciso.