Un pugno di italiani accompagna il Darfur sulla via della pace

In tre anni 200 mila morti, 550 villaggi rasi al suolo e 2 milioni di profughi

Guido Mattioni

Barbara Contini, perché se cerco su Internet la parola «Darfour» trovo migliaia di documenti, ma ben pochi in italiano?
«È semplice - risponde l’ex governatrice di Nassirya, la Signorina Coraggio che ora, da undici mesi, è andata a complicarsi ancora una volta la vita come inviata speciale della Cooperazione governativa italiana in quel martoriato angolo d’Africa -. È semplice perché là, a rappresentare l’Italia, ci siamo solo io, il mio staff e quattro Ong...».
Ne facciamo i nomi?
«Certo: Cesvi di Bergamo, la romana Intersos e le milanesi Cosv e Coopi».
Ma basta una limitata, seppur qualificata presenza, a giustificare il vuoto informativo sul dramma di quel pezzo d’Africa?
«No, è un problema più generale, di nostro disinteresse per quanto avviene nel mondo. In altri Paesi europei, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Olanda o Norvegia, i media vi dedicano invece ampi spazi. E poi l’ha detta lei, la parola chiave».
E cioè?
«Africa. Quando si nomina agli italiani quel continente, i più pensano o dicono, generalizzando, “Ah, i soliti bambini affamati con gli occhi pieni di mosche”».
Invece il dramma del Darfour è altro, pur se anche lì ci sono profughi, fame, sete e malattie?
«Certo, è probabilmente la più grave crisi internazionale in corso, potenzialmente in grado di toccarci tutti. Basterebbe ricordare che il Sudan è grande come un quarto dell’Europa».
Be’, cerchiamo di farglielo sapere. Che cosa sta succedendo in Darfour? E anzitutto, che cosa è il Darfour?
«Cominciamo da questo, ricordando che il nome significa “terra dei Four”, ovvero una delle etnie nere africane del centro e della parte sud del Sudan. Contro di loro, da tre anni, si è scatenata la furia dei Djandjawids, nomadi di origine araba che hanno messo a ferro e fuoco i villaggi Darfour, uccidendo e violentando le donne».
Ma la guerra etnica, laggiù, è di più antica data...
«È iniziata nel 1983, ma prima di allora arabi e africani avevano sempre finito per trovare un accordo. Del tipo: “Questa è terra mia, questa è terra tua”».
E adesso cos’è successo?
«Da un lato un fenomeno naturale, la desertificazione, che sta sottraendo sempre più terreno ai nomadi, spingendoli a prenderselo altrove...».
E a far sloggiare chi c’è già.
«Esatto. L’altro aspetto, invece, è etnico-politico in un Paese che, oltre a essere grande un quarto dell’Europa, è popolato da 485 tribù. Il nodo della questione è che a partire dall’89, quando a Khartum si è insediato alla presidenza Omar al-Bashir, il potere è sempre stato in mano alle etnie del Nord, ovvero di quell’area dell’alto Nilo dove ha le sue radici il fondamentalismo islamico. Da allora sono sempre stati loro a comandare».
E poi, tre anni fa che cos’è successo...?
«Tre anni fa milizie arabe locali, ma provenienti anche dai vicini Ciad, Niger e Mali, hanno cominciato a mettere a ferro e fuoco villaggi e coltivazioni del Darfour. Era sempre successo, ma mai in maniera così forte, violenta, prepotente».
Quale il motivo scatenante?
«In generale perché quelle popolazioni africane, vistesi soggiogate e prive di ogni potere, avevano cominciato ad alzare la testa, parlando di autonomia, e non a caso il governo li definisce “ribelli”. E più in particolare per un fatto di sangue, l’uccisione di una ventina di persone vicine al governo centrale. Che ha visto in quell’episodio una minaccia al proprio potere».
Risultato, da allora?
«Cifre terribili: più di 200mila vittime civili, oltre 550 villaggi totalmente rasi al suolo, due milioni di profughi ospitati in condizioni disperate in 145 campi, protetti come si può dalle agenzie Onu e dalle Ong. Per completare il quadro, ricordo che da tre anni in quella zona non ci sono né semine né raccolti».
E Barbara Contini, che cosa ci fa, laggiù?
«Anzitutto quello che non fa nessuno, di certo non tutti quegli ambasciatori che seguono la vicenda da Abuja, capitale del Niger. Luogo e persone sbagliate. Cosa ne possono sapere del Darfour? Sarebbe come se a lei, che sta a Milano, qualcuno venisse a chiedere che cosa succede a Lisbona».
E lei, invece, che cosa fa?
«Parlo. Parlo con tutti: con i cosiddetti “ribelli”, con il governo, con gli sfollati. E dopo undici mesi posso dire di aver raccolto abbastanza rispetto e stima. Insomma, ora vedono in noi un punto di riferimento sulla strada del negoziato di pace».
Fate però anche altro.
«Certo, insieme alle Ong e a una decina di colleghi residenti con me nella “Casa Italia” di Nyala, la città più importante del Darfour, portiamo avanti venti progetti di cooperazione, come per esempio quello che entro la fine dell’anno vedrà la rinascita di un villaggio in montagna, completo di ospedale. Qualcosa di cui gli italiani dovrebbero davvero vantarsi, così come lo dovrebbero fare, ci tengo a dirlo, del nostro direttore generale alla Cooperazione e sviluppo, Giuseppe Deodato. Sì, sta facendo un lavoro enorme, certosino, difficile. È un grande, dovrebbero essere tutti come lui».
Invece le «Case Italia» di cui andiamo fieri sono soltanto quelle dei calciatori ai mondiali.
«Già, da noi i primatisti in altruismo non hanno mai fatto notizia».
Scusi l’invasione nel privato. Ma i suoi che dicono di questa ennesima missione a casa del diavolo?
«Non ce la fanno più. Loro sono tipi tranquilli: papà è musicista, mamma pensionata del tribunale di Milano».
E allora, come è saltata fuori una come Barbara Contini?
«Bella domanda. Diciamo che ho preso il rigore da mia madre e la fantasia da papà. Io ci ho aggiunto, di mio, la disciplina e il rispetto per gli altri».
Scusi ancora, ma approfitto di lei per un’ultima domanda: come vede, ora, il futuro dell’Irak?
«Io vi dico, non guardate quello che purtroppo succede a Bagdad o a Tikrit, dove si sono radunati ormai tutti i terroristi. Andate a guardare piuttosto che cosa sta succedendo nel resto del Paese, come stanno cambiando, splendidamente, 18 province: con nuovi partiti, nuovi movimenti, nuove amministrazioni. Bisogna soltanto aspettare. Ancora un po’».