Pulizia o basta: calcio diviso da Moggi

Albertini e Ulivieri, rappresentanti di calciatori e allenatori, pronti a lasciare la federazione. Deciso un consiglio federale straordinario

Calciopoli 2, la coda. La seconda ondata di intercettazioni dilaga sui giornali, monta su internet e procura al calcio italiano le ultime scosse del rovinoso terremoto cominciato nel 2006. Hanno il compito dichiarato di radere al suolo le rare impalcature rimaste ancora in piedi e legate all’antico regime: amicizie, connivenze, intrecci, richieste di consulenze telefoniche. Con una conseguenza inattesa e clamorosa. Il nuovo governo del pallone, uscito dal dopo-Moggi, si ritrova adesso dinanzi a un bivio: o è in grado di mettere alla porta gli amici di Moggi, oppure ci sarà una crisi politica. Ad imprimere l’accelerazione, dopo il feroce intervento del presidente del Coni, Gianni Petrucci, imbufalito per i giochini di Moggi tendenti a destabilizzarlo, sono stati Albertini e Ulivieri, nel consiglio federale rappresentano i due sindacati, calciatori e allenatori. Sono usciti allo scoperto e hanno parlato chiaro con Giancarlo Abete, il tremebondo presidente del calcio italiano: o c’è una reazione energica, oppure sono pronti ad uscire dal governo e ad aprire la crisi. Albertini è stato chiaro e deciso: «Me ne sono già andato una volta, posso andarmene un’altra volta». Per questo è stato convocato un consiglio federale straordinario: sarà celebrato primadel 7 gennaio (data da definire dentro il periodo delle vacanze) e dovrà fare il punto sulla grave questione emersa negli ultimi giorni. I dirigenti coinvolti, Punghellini della lega di serie D, Gravina, aspirante direttore generale ormai “bruciato”, e Tavecchio, presidente della Lega dilettanti, saranno interrogati dal procuratore federale Palazzi spinto ufficialmente a bruciare le tappe dell’inchiesta. I tre dirigenti in questione, tutti esponenti del consiglio federale, non possono essere dismessi ma spinti a farsi da parte. Nel frattempo dovranno offrire spiegazioni convincenti sui contatti telefonici con Moggi.

Il clima da “repulisti” è anticipato dal provvedimento adottato ieri mattina a Milano, dal presidente della Lega professionisti, Antonio Matarrese. Un funzionario dell’ufficio tesseramento, Rovati, “pizzicato” in affettuosa conversazione con Moggi, è stato rimosso: al suo posto nominato Ogliari con la supervisione di Reggillo. «I dirigenti in questione sono stati eletti, non possono essere mandati a casa su due piedi» fanno sapere dalla federcalcio. Ma è una obiezione formale, più che sostanziale. Macalli, presidente della Lega di serie C, è alla guida del popolo degli intransigenti: lui dovrà convincere Gravina a fare un passo indietro. Tavecchio si è difeso con le unghie, ieri mattina. Ha chiamato al telefono Moratti, presidente dell’Inter. «Non mi riferivo a te, ma ai presidenti di società che ancora frequentano Moggi» la spiegazione riportata del presidente neroazzurro. Matarrese è alla guida dell’altro blocco: pene severe per chi ha sbagliato ma senza processi sommari, la sua posizione. Urlata ieri mattina, a colazione, davanti a giornalisti e ospiti, nel corso dell’incontro di fine anno con i presidenti di club. Atmosfera cupa, molte assenze polemiche, Moratti tra tutti, poi Cobolli Gigli della Juve, la Fiorentina dei fratelli Della Valle, da tempo fuori dalla mischia per via delle squalifiche.

Un tempo, quel vertice, passato sotto il nome di “cena delle beffe” segnava la riconciliazione in pubblico tra dirigenti e fischietti. Collina ha tenuto i suoi arbitri fuori dall’albergo milanese di piazza della Repubblica: un’assenza rumorosissima. Si è presentato solo Cesare Gussoni, presidente del settore. «L’anno prossimo ricuciremo con gli arbitri» la promessa di don Tonino che è pronto anche a farsi da parte, «non so se ci sarò» la sua frase sibillina. «Ci sono degli stupidi o ingenui, e quelli in malafede ma non facciamoci prendere dal panico, che nessuno scappi, non ci rimanderanno nella giungla» l’intemerata di Matarrese. Come dire: pugno di ferro con chi ha “sgarrato” ma senza rimandare tutto il calcio italiano sotto processo. «Abbiamo vinto tutto anche quando eravamo in ginocchio, possiamo perciò andare a testa alta» l’altra frase di don Tonino: ha provato a solleticare l’orgoglio patriottico dei presidenti. Senza riuscirci, bisogna ammetterlo francamente.