Punk cristiano, il boom della fede in musica

Paolo Giordano

da Milano

Capita anche questo. Capita che negli Stati Uniti prima uno, poi due, poi decine e decine di gruppi musicali mescolino il rock con la fede cristiana, scrivano testi ispirati alla Bibbia o ai Salmi e poi li cantino con chitarre distorte e batterie muscolose mostrando un’energia, un entusiasmo, soprattutto un candore che neppure te lo aspetti. E così, dalla gigantesca provincia americana, dove la carestia di valori ha seccato la tradizionale ribellione adolescente, il christian punk si è trascinato il suo successo, e il suo pubblico, fino a New York, cioè fino al cuore progressive d’America, proprio a pochi passi da quel Village che fin dagli anni Sessanta è il centro dell’ateismo colto, della destrutturazione letteraria e letterale delle fede cristiana. Sarà per contrappasso. Oppure per una gioiosa combinazione, chissà. Comunque il fenomeno è evidente e si coglie anche sfogliando le piccole riviste che segnalano gli show di gruppi come i Civil Defence, gli Armored Trucks, The Last Hope o i significativi Resistance con sempre più evidenza perché il word of mouth, il passaparola, funziona anche quando, come in questo caso, lo sforzo discografico o promozionale è limitato da portafogli ancora troppo piccoli. E se ne accorge anche la grande informazione, negli Stati Uniti ma anche da noi. Stasera, durante la prima puntata delle Invasioni barbariche di Daria Bignardi su La7, andrà in onda anche il servizio che Luigi Cazzaniga ha girato per le strade, e le cantine, di New York incontrando i punk cristiani. A vederli, sono rockettari duri e puri, tatuati come ergastolani, ricamati da piercing e ciondoli, insomma il contrario della (ideale) meglio gioventù. Eppure. Austin Williams, che è il pastore della Underground Church di New York ma sembra Sid Vicious dei Sex Pistols, si addentra persino nella citazione di Isaia, che disse: «Dio fece il bene e il male» sottintendendo che anche la negatività è un frutto divino da amare. Intorno a lui scorrono ragazze sovrappeso vestite e pettinate come Amy Lee degli Evanescence, un’altra eroina del rock duro che ultimamente ha confessato la sua fede, e poi musicisti con la cresta, magri come Iggy Pop ma pronti a dire «il sesso è una cosa santa» senza far la figura dei fessi oppure dei chierichetti. Qualche tempo fa, le classifiche americane, ma pure quelle italiane, portarono in gran spolvero i Pod, un gruppo ruvido come le rotaie del Bronx, malvestito e caciarone eppure dichiaratamente «cristiano» e capace di dire senza imbarazzi che «Dio ha creato la musica e la personalità di tutti noi». Diecimila persone a concerto. Ma il christian punk e tutti i suoi vari rigagnoli musicali non sono solo questo e neppure si spacciano come la sterile ala musicale dei teocon. Sono piuttosto il grido ribelle di una gioventù che aveva finito le ribellioni, obbligata a scegliere tra il comodo appiattimento tecnologico e la fuga spirituale, tra il download di suonerie e il tentativo di parlare di Dio suonando punk. Volendo, è anche il grido ritardatario di una generazione che capisce così di avere, sì, una religione che condiziona anche il costume ma non una legge che diventa religione e lo sterilizza, il costume.