Il punk ha salvato la musica ma non le illusioni

Inizia e termina con un funerale, con uno spargimento di ceneri che racchiude in sé il senso di un fallimento e insieme il valore di un’eredità. Dentro questo cerchio di vite estreme e bruciate racconta poi lo sbando di una generazione, di un’epoca, di una gioventù follemente bisognosa di alternative al reale. God save the punk! è uno spettacolo curioso, dirompente, originale che, di scena in questi giorni al Vascello, ha il merito di parlare di musica senza cadere nella facile tentazione dello «spettacolo musicale» e - soprattutto - ha il merito di ricostruire la storia di un movimento controverso come il punk senza inciampare nella banalità o, viceversa, nell’eccesso documentaristico. Merito del testo (scritto a sei mani da Marco Odino, Carmen Giardina e Aldo Vinci a partire dal libro Please kill me di Legs McNeil e Gillian McCain), della regia (a firma della stessa Giardina) e della corposa selezione musicale curata da Pivio & Aldo De Scalzi. Tre megaschermi che rimandano in continuazione immagini di repertorio si impongono come gli elementi scenici nevralgici di uno spazio nel complesso nudo (dei microfoni, un basso, una chitarra, qualche cassa/sedia sono gli unici «arredi» previsti), dove fasci di luce colorata illuminano i diversi personaggi evocati e/o narrati dai bravi Enrico Salimbeni, Nicole De Leo, Fabio Gomiero.
Personaggi che rispondono ai nomi di Sid Vicious, Patti Smith, Niko, Lou Red, i Velvet Underground, i Clash, i Ramones, gli Stooges. Vita privata e musica, leggenda e inferno si intrecciano in un turbolento viaggio a ritroso che ha per filo conduttore la droga, il margine, l’eccesso. È soprattutto sulla breve ma infuocata parabola dei Sex Pistols che la pièce trova il suo asse portante: la trasgressione furibonda di Sid Vicious - affascinante idolo, drogato, violento, spentosi a soli 21 anni per overdose - diventa qui metafora di una rottura con il passato e con il presente che, al di là del rock, sembra ineluttabilmente sposata con l’idea e la ricerca stessa della morte. «Per il rock si deve essere disposti anche a morire», recita infatti una delle frasi ricorrenti di questo godibile lavoro che sa parlare a spettatori di età e gusti diversi come fosse un vivace videoclip e, al contempo, un amaro dramma a sfondo sociale. D’altronde già il titolo contiene in sé questo doppio registro e richiama uno dei più sovversivi brani dei Sex Pistols, God save the queen (’77): urlo di rivolta contro ogni potere, ogni regola, ogni valore riconosciuto.
Repliche fino al 30 marzo.