PUNTI DI FUGA

Quale stadio da 80.000 posti nel mondo fa registrare il tutto esaurito da 40 anni? Non è un luogo dove gioca una squadra di professionisti, ma l’impianto, situato nel mezzo del campus universitario, in cui si assiste alle performance della squadra di football dell’Università di Notre Dame, nell’Indiana. Nell’ambito sportivo emerge un senso di appartenenza e un’eccellenza che caratterizza tutti gli aspetti della vita universitaria.
Il più importante ateneo cattolico degli Usa, tra i primissimi in campo umanistico e giuridico, uno dei 20 migliori in America, ha tutte le caratteristiche positive delle migliori università statunitensi, quali l’autonomia nei criteri di gestione, la libertà di scelta dello studente nella costruzione del suo curriculum, la qualità delle strutture, i criteri di qualità nella scelta e nella valutazione del corpo docente, la possibilità per gli 11000 studenti, provenienti da tutto il mondo e i 964 docenti, di condividere nel campus di 5 km², non solo esami e lezioni, ma una intera vita. Ciò che è particolare a Notre Dame e che genera attaccamento non solo alla squadra (che finanzia con i suoi incassi parte della ricerca, ma anche l’ingente flusso di borse per studenti poveri), è infatti il senso di appartenenza di molti alunni ed ex alunni. Per molti, soprattutto cattolici ed immigrati, dal 1842, anno in cui l’università è stata fondata dal 28enne reverendo Edward Sorin della congregazione di Holy Cross, con l’aiuto di Leopold Pokagon, capo indiano cattolico della tribù dei Potawatomi, Notre Dame continua ad essere occasione di riscatto umano, sociale, culturale contro le componenti più razziste della cultura wasp. Perciò cruciale, non solo nella liturgia, è la religiosità e l’appartenenza alla Chiesa che si manifestano non in ostracismi moralistici verso chi la pensa diversamente, quanto nel fatto che religiosità e cristianesimo sono ipotesi di lavoro da verificare liberamente nella didattica, nella ricerca, nelle attività extrascolastiche che hanno vita attraverso i numerosi club organizzati da docenti e studenti.
Notre Dame rappresenta quindi un esempio che smentisce gli stereotipi ideologici con cui certa politica concepisce e guida l’università italiana, ovvero secondo criteri burocratici, statalisti, in opposizione ad autonomie e libertà di ogni sorta. Nello stesso tempo però contraddice anche chi pensa che, per un proficuo cambiamento, dovrebbero esistere solo studenti e docenti concepiti come individui senza identità, in atenei retti secondo criteri di anonima e presunta meritocrazia e svincolati totalmente da ipotesi culturali e appartenenze ideali. La via al cambiamento, come mostra Notre Dame, passa invece dalla ripresa di un’esperienza umana integrale (compresa la dimensione religiosa), vissuta personalmente e comunitariamente, secondo la concezione dell’universitas medioevale.
Con buona pace di chi cerca scorciatoie stataliste o meritocratiche, magari agitando continuamente presunti e reali scandali anche nel sapere, tutto rinasce solo quando si ha il coraggio di dire «io» e «noi», con ragioni adeguate.
*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà