Il punto G? Esiste, ma non per tutte

Erano anni che lo inseguivi, se ti becco, ti dicevi, giuro che ti metto le mani addosso. E nemmeno eri sicuro che esistesse veramente, quasi come il governo Prodi. Anni e anni di ricerche, di studio, di sperimentazione, devi essere più sensibile, attento, credici, puoi fare di meglio, dipende dall’angolazione, dalla spinta, dal movimento, dal 4-4-2, ma non è che sarà mica meglio l’albero di Natale? tocca dove sai, scala la marcia, vai verso il terzo più esterno, tra cento metri, dopo il semaforo, girare a sinistra, non ti dà fastidio la webcam vero?, cuocila a fuoco lento, entra nella lunghezza d’onda giusta, prendi tempo. Niente da fare: soddisfazione zero, felicità a momenti e futuro incerto.
Col binocolo che lo trovi, pensavi rassegnato, e invece no. Adesso lo hanno beccato, il super latitante, nascosto in una grotta come Bin Laden, paparazzato con una sonda, fotografato come il Mariner IV su Marte. Il famigerato punto G, il bengodi di ogni donna, l’ombelico del mondo. Esiste. Ma non per tutte.
Il Corona che lo ha immortalato, dopo due anni di appostamenti, si chiama Emmanuele Angelo Jannini, è docente di Sessuologia Medica dell’Università degli Studi dell’Aquila, dice di aver scovato la primula rossa più inafferrabile della storia attraverso l’ecografia transvaginale, cioè un semplicissimo strumento di uso routinario nella diagnostica introvabile in 177 modi per farla impazzire a letto. Sulla strada giusta lo ha indirizzato un campione di donne, nove di loro avevano dichiarato di avere orgasmi vaginali, le altre undici, cioè quelle che di solito frequentate voi, invece no. Spiega: «Ci siamo fatti dirigere per la prima volta dalla donna alla ricerca del punto G», già, come se noi per secoli ci fossimo fatti guidare dal manuale delle giovani marmotte. L’istantanea che ha fotografato il punto G, o punto Grafenberg, lo ha beccato appeso come Messner sulla parete che separa la cavità dell’uretra da quella della vagina, solo una parte del campione però presentava questa parete più ispessita, con una particolare concentrazione di ghiandole, terminazioni nervose e corpi cavernosi, praticamente materiale infiammabile, pericoloso al tatto. Alcuni anni fa, ricorda Jannini, in uno studio di anatomia su cadaveri «avevamo per la prima volta osservato delle differenze ricollegandole al punto G». E, oddio, a dir la verità anche noi a volte abbiamo avuto l’impressione di cercarlo in qualche cadavere, ma la colpa la davano sempre a noi, puoi fare di meglio, applicati di più, il ragazzo è intelligente, ma non studia. Invece la novità è questa: mica tutte ce l’hanno. Spiega Mago G Jannini, «come diceva Freud, l’anatomia è il destino, avere o meno il punto G è una condizione congenita». Praticamente come un’anomalia. Per anni ti hanno fatto cercare qualcosa che non c’è, per anni ti sei fatto un sacco di domande e la risposta giusta non era la G. Ecco, la prossima volta che ti dice di concentrarti sui preliminari, dai retta, rispondile che per andare in Champions League basta arrivare secondi in campionato...