Pupi Avati: "Da 17 anni non sente dolore, ora Eluana muore soffrendo"

Il regista bolognese commenta la sospensione degli alimenti: "Per la prima volta patisce davvero, tanto che viene sedata"

«Premetto», ci dice subito Pupi Avati, mentre ci accoglie per parlare di Eluana Englaro, «che avverto da sempre un forte debito nei riguardi della cultura contadina che, con la religione cattolica, mi ha insegnato a considerare sacra la vita fino al suo ultimo palpito». Mosca bianca nel mondo del cinema, e più in generale in quello della cultura, Pupi Avati non si vergogna a dirsi cattolico. Se il Vangelo non è un abbaglio, basterà anche solo questo non-vergognarsi, tanto più scomodo in tempi come questi, a garantirgli la ricompensa più grande: «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio» (Luca 12, 19).
L’intangibilità della vita in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione è per lui più che la conseguenza di una fede: è un’evidenza. «Sono nato a Bologna il 3 novembre 1938, ma ho sempre pensato, anzi saputo, che la mia vita è cominciata esattamente nove mesi prima, il 3 febbraio, quando i miei genitori mi hanno concepito all’hotel Pax Helvetia di Roma, la prima notte di nozze. Pensi che qualche anno fa sono addirittura andato in quell’albergo a chiedere se avevano ancora i registri delle presenze del 1938. Volevo scoprire in quale stanza erano alloggiati i miei genitori in viaggio di nozze. Volevo entrarci, in quella stanza: vedere dove è cominciata la mia storia. Non so come si faccia a non capire che l’aborto è la soppressione di una vita già iniziata».
E così la pensa anche sulla vita giunta all’ultimo atto: inviolabile. Eppure ieri Pupi Avati, aprendo la Repubblica, si è visto arruolato nel mondo che più gli è lontano. Una paginata dal titolo «Celentano si schiera: lasciatela vivere. Il cantante: sto con Berlusconi. Ma dai colleghi di spettacolo e cultura è un coro di no», e fra quei «colleghi di spettacolo e cultura» dai quali sale «un coro di no» c’è anche, abusiva quanto mai, la foto di Pupi Avati. Il cui pensiero è sintetizzato in modo tutt’altro che chiaro in poco più di una didascalia.
Avati, da che cosa partiamo? Da un mondo che ormai non vuole più accettare la possibilità della sofferenza, né sa più comprenderne il significato?
«Guardi, capisco che cosa vuol dire. Tra tutti gli attori che hanno lavorato con me, i più capaci di interpretare i sentimenti e le emozioni non sono stati quelli che avevano frequentato le scuole migliori, ma quelli che nella vita avevano sofferto. È vero: si cresce solo nella sofferenza. Questo credo che lo abbiamo sperimentato tutti. Ma non voglio dirlo io oggi a un uomo come Beppino Englaro. Non posso, non ho il diritto di insegnargli nulla, non mi sento legittimato a farlo, sarebbe improprio, fuori posto».
Stiamo parlando della morte di un figlio.
«Appunto. Conosco lo strazio dei tanti genitori: non esiste dolore più sconfinato. In qualunque condizione, persino in quella vegetativa di Eluana, pur di sentirli tuttora presenti, i genitori vorrebbero che i figli fossero loro restituiti. Vorrebbero poter ancora parlare dei loro ragazzi al presente, come per pochi giorni può ancora fare Beppino Englaro».
Già, «per pochi giorni». Ormai si è data attuazione al decreto della Corte d’appello.
«L’esecuzione di quel decreto non è necessaria a nessuno. Non risponde a nessuna esigenza. Il Paese all’indomani della morte di Eluana non potrà certo dirsi migliore e i volontari di Udine non saranno acclamati nelle piazze».
Dicono che è un atto necessario per salvare la Costituzione e la laicità dello Stato.
«Ma le pare? Privando Eluana Englaro di acqua e cibo non abbiamo salvato la Costituzione né tantomeno la democrazia. Chi come me sta investendo il proprio tempo in questa battaglia, ormai persa, non lo fa con spirito “bonapartista”, né tantomeno golpista. Lo fa nella convinzione che il buon senso debba tornare a prevalere sulla demagogia».
Che impressione le fanno i «volontari» di Udine?
«Mi chiedo come sia stato possibile reperire una pattuglia di “medici” disposti a eseguire una procedura di morte, e quindi irreversibile, senza prendere in considerazione che un giorno potrebbero cambiare idea su ciò che stanno compiendo. Insomma è una situazione in cui non ci si concede neppure lo spazio per la resipiscenza. Credo che sia stato questo prendere atto di una terribile “irreversibilità”, per esempio, a indurre le democrazie di quasi tutto il mondo ad abolire la pena di morte. Una volta eseguita, non si torna più indietro».
Ma dicono che il loro è un atto di pietà, perché Eluana è ostaggio di una sofferenza insopportabile.
«E non è vero. È stato universalmente riconosciuto che Eluana non è capace di sofferenza. La prima sofferenza che prova da diciassette anni è proprio adesso che le hanno tolto acqua e alimentazione. Pensi che è la prima volta, da diciassette anni, che devono sedarla!».
E se il suo fosse invece uno stato di sofferenza atroce?
«Solo in quel caso saprei giustificare un genitore che, non riuscendo ad assistere inerme alla sofferenza di un figlio, ne chiedesse la fine, o addirittura la provocasse egli stesso, come spesso è accaduto. Ma che Eluana non soffra, è dato acquisito. Chi soffre è il padre, un uomo punito dalla vita come ahimè tanti genitori nelle sue stesse condizioni. Questo padre che da subito, non dopo diciassette anni, ma già a ridosso del terribile incidente, ha considerato insopportabile la sopravvivenza in quello stato della figlia».
Che sentimenti le suscita Beppino Englaro?
«Ha smesso subito di sperare. Suscita in me affetto e stupore».
Ma lui dice che sta solo cercando di soddisfare la volontà di Eluana.
«Pochi anni fa mi occupai di cecità per un film, Il cuore altrove. Prima di entrare in contatto con quel mondo di così tremenda disabilità, dichiarai che piuttosto che diventare cieco avrei preferito morire. Poi ho conosciuto il mondo dei non vedenti e ho scoperto come ci siano tanti di loro aggrappati alla vita tanto quanto lo sono io. Hanno una terribile menomazione, ma sanno riempire l’esistenza. Dico questo per dire che nessuno può prevedere come si comporterebbe se dovesse in futuro affrontare una situazione che non conosce. Le mie convinzioni di quando avevo vent’anni non sono certo le mie stesse di oggi. Ed è proprio per questo che nel caso di un auspicabile testamento biologico, come quello evocato dal professor Marino che ne ha redatto uno per sé, si prevede un aggiornamento di anno in anno. Perché si cambia, ci si evolve, i nostri convincimenti mutano alla luce dell’esperienza».
Che cosa direbbe al presidente Napolitano?
«Di comportarsi da buon padre di famiglia e di proibire questa corsa furibonda, clandestina verso l’esecuzione di una sentenza che non tiene alcun conto di Eluana Englaro. Sospenda tutto: sia l’esecuzione della sentenza sia l’approvazione di una legge precipitosa. Imponga un provvidenziale Time Out».
Che significa un «Time Out»?
«Se la responsabilità della politica è stata quella di non aver provveduto a una legge, l’approfittarsi di questa carenza legislativa per precipitare la soluzione finale mi appare inquietante. Avverto soprattutto un timore, che tutto debba accadere più in fretta possibile, in assenza di una legge che regoli questa materia. Se il padre di Eluana, seppure nello strazio in cui vive, ha saputo attendere tanti anni, non saranno quei tre mesi in più, necessari ad approvare una legge sul testamento biologico condivisa e non frutto solo di scontri pretestuosi, ad aggravare la situazione».
Che cosa pensa delle accuse a Berlusconi di usare Eluana per biechi fini elettorali?
«Sono accuse contrarie a ogni logica. È sufficiente scorrere i sondaggi per vedere come l’orientamento di questa Italia così orgogliosamente laica sia per il 70-80 per cento dalla parte di chi chiede l’applicazione della sentenza. Berlusconi e il suo governo hanno avuto il coraggio di assumere una posizione tutt’altro che populista».
La morte di Eluana sarà il primo caso di eutanasia «legale» in Italia?
«No, in questo Berlusconi e anche il Vaticano sbagliano, quando parlano di eutanasia. L’eutanasia è universalmente definita “morte rapida e non dolorosa procurata per porre fine alle sofferenze di un malato incurabile”. In questo caso al contrario dovremo ricorrere a un neologismo, in quanto si tratta di “morte probabilmente dolorosa procurata a un malato che non soffre”».