Pupi Avati torna al thriller: «Così spavento il pubblico»

«È la storia di una donna attratta da una casa inquietante nella quale vuole aprire un ristorante»

da Roma

È un Pupi Avati ironico, giocoso, combattivo, orgoglioso quello che ieri mattina ha presentato alla stampa Il nascondiglio, il film targato Raicinema in uscita venerdì, ma prima ancora un suo romanzo edito in questi giorni da Mondadori, che segna il ritorno a un genere, il thriller gotico, da lui molto amato e mai del tutto abbandonato lungo l'intero arco della sua prolifica carriera: da La casa dalle finestre che ridono trent'anni fa a Zeder a L'arcano incantatore. Teorizza subito Avati che per Medusa sta già ultimando le riprese del drammatico Il padre di Giovanna con Silvio Orlando, Francesca Neri ed Ezio Greggio: «Il cinema di genere è sempre meno frequentato da noi, vittima di una diffidenza snob e deleteria. Io sentivo il bisogno di ritrovare un contatto diretto con il pubblico con il preciso impegno di spaventarlo: ecco spiegata la locandina tutta nera con una Laura Morante visibilmente angosciata». Molto interessante anche il resto degli interpreti con Burt Young (lo storico cognato di Rocky), Treat Williams (giovanissimo in Hair), Rita Tushingham, Yvonne Sciò, Angela Pagano, Sydne Rome, frutto del lavoro di ricerca del produttore e fratello di Pupi, Antonio Avati e della nota responsabile casting Shaila Rubin, morta nel dicembre scorso, a cui il film è dolcemente dedicato.
Ancora una volta è una «casa» a tenere lo spettatore sul chi va là, sedotto dalla fortunata ambientazione nel MidWest degli Stati Uniti (a Davenport nello Iowa ma tutti gli interni sono girati a Cinecittà) con il racconto di questo misterioso edificio, decorato da paurosi stucchi di serpenti, residenza per signore anziane gestita da suore (ecco perché il film in un primo momento si doveva chiamare «Il nascondiglio delle monache» con echi evidentemente un po' troppo boccacceschi) dove, nella notte di Natale del 1957, ci fu un terribile triplice delitto. Ed è qui che, ai giorni nostri, il personaggio di Laura Morante, una donna di origini italiane reduce da 15 anni di clinica psichiatrica in seguito al suicidio del marito, nonostante dalle pareti fuoriescano nenie e strane voci intende aprire un ristorante made in Italy (un po' come hanno tentato nella realtà per due volte i fratelli Avati). Come capirete gli ingredienti per tenere lo spettatore inchiodato alla poltrona ci sono tutti perché, spiega con una domanda il regista, «cosa ci può essere di più inquietante di una donna che affitta una casa del genere per aprirci un ristorante? L'orrore la seduce e l'attrae».
«È un personaggio femminile complesso e curato con molta attenzione, il che rappresenta qualcosa di molto raro nel cinema d'oggi», racconta l'attrice toscana che a gennaio in Francia per la prima volta anche dietro la macchina da presa girerà la commedia Ciliegine. Mentre ne Il nascondiglio è alle prese con un genere mai frequentato prima in cui, spiega, «c'è un piacevole equilibrio tra ironia sorriso e paura come nel thriller classico di Hitchcock». E a proposito di riferimenti cinematografici, se ad esempio si chiede a Pupi Avati dei dilaganti horror asiatici, il regista risponde così: «Faccio troppo cinema per andare al cinema. Penso solo a girare tanto che l'altro giorno con mia moglie dovevamo decidere se sostituire la caldaia e io rimuginavo se sarebbe stato meglio inquadrarla da destra o da sinistra». Così facendo Avati ha firmato la sua regia numero 34 ciò nonostante, ripete ancora una volta, «rimane il mistero perché mi abbiano escluso dagli Stati generali dello spettacolo o dai Centoautori. Forse perché invece di stare a parlare giro film, oltretutto siamo l'unica produzione che da cinque anni lavora continuativamente a Cinecittà che ormai, purtroppo, ospita solo programmi televisivi».