È il pupillo di Muti, erede di Caruso

Per rimanere nel campo melodrammatico, anzi più propriamente parafrasando il Cammarano, librettista di Lucia di Lammermoor, anche il giovane Salvatore Licitra si ritrova sospeso tra la vita e la morte.
Più eroe del melodramma di così… Infatti, in un incidente stradale nei pressi di Modica, rischiamo di perdere una delle voci più terse della chiave di tenore. Forse per ragioni di immedesimazione nativa (Licitra era nato nel 1968 a Berna da genitori siciliani) lo ricordiamo come Turiddu in «Cavalleria Rusticana», l'ultimo ruolo in cui lo abbiamo ascoltato al Teatro alla Scala. Nello spettacolo asciutto e provocatorio di Mario Martone che bandiva il «colore locale» (sul luminoso Preludio il regista napoletano suggeriva che i paesani di Verga-Mascagni passassero la mattina di Pasqua a sfogare pulsioni erotiche, facendo attraversare il palcoscenico da un casino con maitresse e marchette), il vigore del Turiddu di Licitra si stagliava netto, tanto virile quanto disperato. La stessa presa aveva con Licitra un personaggio legato nell'immaginario a colui che lo sostenne per primo, Enrico Caruso.
Parliamo di Johnson nella Fanciulla del West di Puccini, il quale altri non è che il bandito messicano Ramirez, di cui si innamora la ragazza amata da tutti i cercatori d'oro, Minnie. Puccini per il Tenorissimo Caruso scrisse un breve monologo (Ch'ella mi creda libero e lontano) l'ultimo desiderio che Johnson-Ramirez rivolge sotto la forca ai minatori: all'amata Minnie sia risparmiata la notizia della sua impiccagione. È la pagina più popolare dell'opera, in cui la voce scura di Licitra trovava il giusto equilibrio fra sdegno sprezzante e rimpianto passionale.
La notizia del grave incidente ci ha riportato però soprattutto al finale di Cavalleria, al commovente addio fra Turiddu e Mamma Lucia. In quel breve dialogo e nel geniale monologo seguente in cui il giovane presagisce la sua fine, emergevano la lucentezza e la nitida dizione - quello che gli esperti chiamano fonazione articolata - del tenore di origine siciliana. Meravigliosi fasci di luce fissavano il colloquio fra madre e figlio, soli davanti alla nuda morte. Poi il tragico duello: Mamma Lucia fulminata a terra dal dolore e la fiumana del Coro dirompente sulla scena. La voce fuori scena confermava: «Hanno ammazzato compare Turiddu». Nell'aulica sede milanese, Licitra era stato prescelto da Riccardo Muti per ruoli importanti quali Don Alvaro nella Forza del Destino e Cavaradossi in Tosca. E da lì era iniziata la sua carriera sino alla grande consacrazione al Metropolitan di New York (il tenore era di casa anche al Covent Garden di Londra, all'Opera tedesca di Berlino, all'Arena di Verona). Lo stesso Muti volle Licitra nel ruolo del titolo del Trovatore di Verdi per la prestigiosa apertura di Sant’Ambrogio alla Scala. Su quel palcoscenico e in quell'opera, egli riproduceva la lezione del suo maestro all'Accademia verdiana di Busseto, Carlo Bergonzi, a sua volta indimenticato interprete dello stesso paradigmatico personaggio.
Da buon figlio della sua terra, Licitra, si gioca la partita per la vita negli assolati luoghi d'origine. La sorte ha voluto decidere che egli non si allontanasse troppo da dove la finzione scenica aveva ambientato la tragedia di compare Turiddu. Un'altra volta la realtà è stata drammaticamente vicina alla scena.