Pur di non lasciare le loro spiagge i surfisti ebraici pensano al suicidio

Allarme dell’intelligence sulle intenzioni di un gruppo di giovanissimi di Marine Beach, decisi ad annegare con la loro tavola

Gian Micalessin

da Marine Beach (Gaza)

Leon alza il binocolo, se lo porta agli occhi, fruga la schiuma bianca delle onde. «Li vedi? Sono là quei disgraziati». Loro scivolano lenti, il petto sulle tavole, i colli alti, oltre la cresta di bolle candide, le mani che affondano e remano nella corrente. Davanti alle tavole, oltre le onde, è l’infinito verde del Mediterraneo. Un catino di smeraldo contornato da questa infinita spiaggia dorata. All’entrata i cartelli in ebraico tra la sterpaglia riassumono le leggi degli insediamenti religiosi. Donne e ragazze a destra. Uomini e ragazzi a sinistra. Ancor più in là spiaggia per famiglie.
Leon e il suo binocolo dominano sopra tutti da questa garitta di legno e paglia issata su una palafitta di gradini marci e spiantati. Là sotto non è rimasto molto. Quattro ragazzine bianchicce si rosolano al sole, affondate nella sabbia. Di là due papà barbuti giocano al freesby con i figli. La vita vera è tutta in quel mare incattivito, in quelle otto tavole semisepolte dai flutti. Le ultime cavalcate, le ultime onde prima del grande addio. Sei giorni e si chiude.
Chiudono le colonie di Gaza, chiudono Marine e Tel Katifa, spiagge e sogno dei surfisti. Sull’asfalto, dietro sabbia e sterpaglie, due jeep e lunghe antenne. Uomini in armi e calzoni neri guardano la battigia. «Shaebak», «servizi», sussurrano i ragazzini con la tavola. Escono dalle macchine, ringraziano del passaggio, corrono sulla battigia, affondano la tavola, pagaiano verso gli altri. Loro, gli shaebak guardano, registrano e si preparano. La voce gira da settimane. Qualcuno prima dell’addio scenderà in mare e pagaierà lontano, oltre la risacca, oltre il punto di non ritorno. Poi salirà sulla sua tavola e cavalcherà i flutti. Per l’ultima volta. Fino a quando quell’onda estrema gli risparmierà il dolore dell’addio, la rabbia dell’abbandono. Lo sanno loro, lo sanno i servizi sociali di Neve Dekhalim, lo sa Ami Shaker, il responsabile della sicurezza di Neve Dekhalim. Un tempo doveva solo difendere l’insediamento, bloccare le infiltrazioni di arabi e «terroristi». Oggi cerca di mettere d’accordo l’esercito e i suoi coloni. La storia l’ha sentita anche lui. «Sono ragazzini, se scopro chi sono gli sparo alle gambe. Se non mi ascolteranno dovrò pur fermarli».
Già, ma chi sono? Leon, dicono tutti, lo sa di sicuro. Lui, Leon Barda, è molto più di un bagnino. È il capo di Marine Beach, è il re della tavola. È l’ideologo dell’onda. È il capo delle albe di marea. Vive appollaiato lassù con la sua tavola, i capelli rasta, il costume al ginocchio. Metà dei suoi 21 anni li ha passati su questa striscia dorata. «La prima volta avevo 11 anni, misi la tavola in acqua e mi innamorai. Da allora la mia vita è il surf. Su questa spiaggia siamo tutti così. Chi scopre Marina Beach non la lascia più».
Leon parla, ma non racconta. Gli ripeti le parole di Ami, il capo della sicurezza. «Il rapporto è assolutamente serio. C’è un branco di ragazzini in balia delle proprie emozioni, le loro famiglie vivono una crisi tremenda, non li seguono più. Sono dieci, dodici al massimo... Se riesco a trovarli, a parlarci, magari li convinco... Non lascerò che si anneghino».
Cavalcare l’ultima onda. Volare sulla tavola all’ultimo respiro. Sparire in quel verde infinito. Restare qui per sempre. L’idea è semplice. La spieghi a Leo. Lui ti ascolta, ma guarda il mare. «Balle, sono tutte balle... Se ci fosse qualcuno che pensa di farlo io lo saprei. Questa spiaggia, questo mare, la tavola sono la mia vita. Vivo qui d’estate, e il mio lavoro è qui. D’inverno vado a Tal Katifa. Questo è il paradiso, e loro ce lo vogliono togliere. Nel Mediterraneo non ci sono onde così. Lì a Tel Katifa andiamo solo io e i surfisti veri. Ogni stagione è un’avventura. Ma ora loro ci vogliono portare via la nostra vita, il nostro mondo... Cosa dobbiamo fare?».
Quello che Leon non racconta è arrivato fino alle orecchie di Amatzia Yehieli, direttore per le attività giovanili degli insediamenti di Gaza, e i suoi assistenti sociali sono già alla ricerca dei surfisti suicidi. Solo Leon dice di non sapere. «Io non so cosa succederà. So solo che qualcuno ha deciso di togliermi il lavoro, il mare, la tavola, la spiaggia. Insomma di rubare la mia vita. Quando i bagnanti se ne vanno e il mare si calma, restiamo solo pochi amici. Mettiamo giù le tavole, parliamo, discutiamo, ma alla fine non tiriamo fuori un ragno dal buco. Non ti puoi rassegnare. Nessun posto sarà come questo. Puoi solo aspettare la mattina, le prime onde, prendere la tavola, lasciarti portare. Quando ti alzerai in piedi e intorno sarà solo blu non esisterà più nulla. I pensieri voleranno via. Ci sarai solo tu e il mare. E tu sarai dentro di lui. Potranno toglierci le nostre case, ma non potranno mai toglierci il nostro mare».