PURCHÉ SIA LIBERISTA

Sognavamo la rivoluzione liberale, non possiamo finire a Fanfani. Lo diciamo con un po' di preoccupazione. Ma visto che il centrodestra vara le primarie sul programma, ci permettiamo di dire la nostra: che sia un programma liberista. L'Italia sta ancora aspettando le riforme della Thatcher, di Reagan, o almeno di Aznar. Adesso sentiamo che in alcuni ambienti del centrodestra si pone come modello Fanfani. E poi? Dopo Fanfani? Rumor e Clelio Darida? Remo Gaspari? Le partecipazioni statali e la Cassa del Mezzogiorno?
Varare un piano per la casa ai giovani, come ha annunciato ieri Berlusconi, va benissimo. Ma ipotizzare un nuovo piano di edilizia popolare di massa, come negli anni Cinquanta, ci spaventa. Così come ci spaventano il ritorno del protezionismo e tutto quel parlare di dazi, lo scarso entusiasmo sulle liberalizzazioni e i toni timidi sul fronte della riduzione dello Stato.
Se si crede al libero mercato (e noi ci crediamo), non si può smettere proprio adesso. Anche davanti alla crisi. Anche coi cinesi alle porte, la recessione che incombe e i disastri di Prodi da rimediare. Anzi, forse proprio per quello. L'unica via per risollevarsi è un programma liberale. E non si può, su questi temi, lasciare campo aperto al centrosinistra, che fa di tutto per sembrare, con una riverniciatura, due prof e alcuni slogan copiati, il vero garante del liberalismo.
Ciò che sta succedendo è assurdo. Veltroni, che parlava di Lenin, ora va in giro a raccontare di tasse da tagliare e di articolo 18 da abolire, facendo sue le battaglie del centrodestra, al quale invece rischia di restare appiccicata, complici i giornali, solo l'immagine appannata dello statal-assistenzialismo in salsa fanfaniana.
Il Pdl nasce per difendere la libertà. E allora avanti: che un programma sia davvero liberale e liberista. Bisogna ridurre le tasse e tagliare le spese, a cominciare da quelle degli enti locali, che hanno mal interpretato il federalismo come un raddoppio di burocrazia e una licenza di spreco.
E se proprio si vuole fare qualcosa di sociale, perché non si pensa, per esempio, a eliminare il divieto di cumulo fra pensione e stipendio? È un'assurdità che costringe una fetta consistente della nostra popolazione, ancora attiva, a lavorare in nero o a sedersi ai giardinetti senza sapere come passare le giornate. Si parla tanto di precarietà e flessibilità: quanti di questi anziani sarebbero disposti a lavorare con contratti flessibili? E quante risorse qualificate si rimetterebbero in circolo in questo modo? Quanto beneficio ne trarrebbe il Paese? Non sarebbe meglio, e più liberale, questo piuttosto che morire fanfaniani?