Pure l’anguria fa crac: vendite giù, prezzi su

Ma che razza di estate è? Con un luglio senza caldo e un agosto senza angurie. Oddio, per esserci, le angurie, ci sono. Ma senza troppo sapore, senza quel succo rosso vermiglio che ti cola lungo il collo e ti fa dire «quanto è dolce questo cocomero…». Già, ormai al market o nei mercatini anche l’anguria è «moderata». Né troppo grossa né troppo piccola, meglio senza semi e della dimensione giusta (quattro chili al massimo) perché ci stia nel frigo. È mediamente dolce, non ti frega mai, ma neppure ti sorprende. Insomma, sappiatelo, non ci sono più le angurie di una volta. È tutta roba di importazione, selezionata per il medio palato. Lo sanno bene i nostri agricoltori che lasciano questi ortaggi (già, sono ortaggi come i cetrioli e non frutta!) a marcire nei campi.
Tanto, la grande distribuzione ha deciso cosa propinare al consumatore già da maggio: compra in Grecia e in Spagna i cocomeri baby o di razza americana a prezzi stracciati, snobbando le angurie made in Italy mature solo a metà giugno. Ma il consumatore finale non si accorge della differenza di qualità. Né tantomeno gradisce acquistare le mega angurie striate da 15 chili che spuntano in Calabria o in Puglia come funghi, troppo ingombranti per una famigliola che fa festa solo a Ferragosto. Così il mercato italiano piange e quello greco se la ride. Del resto, la nostra agricoltura costa assai. E per guadagnare qualcosa un agricoltore dovrebbe vendere un’anguria a 30 centesimi al chilo. In Grecia si compra a meno di 10 centesimi. Una bella differenza per chi poi deve distribuire su tutto il territorio italiano 180 mila tonnellate di cocomeri l’anno.
Morale. L’emergenza «angurie invendute» ha già causato, spiega la Confederazione italiana agricoltori, danni per quasi 20 milioni di euro solo ai produttori agricoli e danni per circa 45 milioni se si considera tutto l’indotto. Solo nel Salento, denuncia Coldiretti, circa 2 milioni di quintali di angurie non sono stati raccolti e sono andate perse oltre 50mila giornate di lavoro per le operazioni di raccolta. Ma quest’estate piove sul bagnato. E ai costi di produzione e all’importazione selvaggia si aggiunge anche una contrazione dei consumi. La gente ha mangiato meno angurie così come i cetrioli e i cocomeri a causa della psicosi dell’E.Coli, il batterio killer che ha messo sotto scacco l'intero comparto ortofrutticolo europeo. Tra giugno e luglio il consumo è calato del 25% con punte del 70 al Sud. E pure il resto della frutta vive un momento di grande schizofrenia a causa della speculazione. La Coldiretti spiega che i prezzi pagati agli agricoltori per la frutta estiva sono crollati in media del 30 per cento, mentre sugli scaffali i prezzi continuano a salire aumentando anche di 5 o sei volte. Stesso discorso per l’anguria: l’importazione non si traduce in uno sconto per il consumatore.
Il bilancio finale è che si paga di più per ottenere di meno visto che gli acquisti di frutta e verdura delle famiglie italiane si sono ridotti a 350 chili all’anno contro i 450 del 2000. E mentre i consumatori soffrono, in campagna si fa la fame. Basti pensare che un agricoltore, per prendersi un caffè al bar, deve vendere 10 chili di cocomeri oppure cinque di pesche.
Una situazione che si combatte anche a suon di plateali iniziative come quella della Coldiretti, i cui associati hanno deciso di regalare, anziché vendere, verdura e frutta ai passanti. Due giorni fa a Roma molti hanno fatto gratis la spesa di pomodori, melanzane, angurie. Quintali di pesche sono stati distribuiti invece ai turisti in Puglia e ieri è stata la Costiera amalfitana a beneficiare di angurie e pesche gratuite quasi fosse una festa di paese. Ma se gli agricoltori regalano sconfortati i loro prodotti, i turisti saranno in grado di capire l'amarezza nascosta in questa dolce frutta?