Ma pure l’ultimo passo verso l’Aldilà è vita

La storia di Anna Busatto e di suo marito, Martin Van Der Burgt, meriterebbe un romanzo. Il caso sembrerebbe simile a quello di Eluana. Anche qui un sondino è stato staccato, ma non in Italia, dove la coppia viveva, bensì in Olanda, patria di Martin, dove ha trasferito la moglie, da molti mesi costretta allo stato vegetativo in seguito a un'emorragia cerebrale.
Il testamento biologico di Anna non è stato ritenuto valido dalle leggi italiane. Molto resta da discutere sui limiti e sulle condizioni in cui un testamento biologico possa avere un senso. Se ciascuno di noi, da sano, scrivesse il proprio, c'è da scommettere che sarebbero tutti uguali. Chi ha voglia di vivere se non può più passeggiare, mangiare con la propria bocca, lavorare, essere insomma padrone di sé stesso? Amare?
Guardo le fotografie di Anna e di Martin e le loro facce mi danno un grande strazio. Sono facce buone, facce di persone semplici. Guardando la foto di Martin non mi viene nessuna voglia di dirgli «hai ammazzato tua moglie», né la ragione né il cuore mi suggerirebbero mai queste parole.
No. Mi verrebbe voglia di abbracciarlo, di inginocchiarmi davanti a lui perché ha amato sua moglie fino allo sconvolgimento della ragione, fino alla demenza, alla povera demenza di chi non sa più, di chi non ha più.
Eppure una cosa da dire c'è, ed è questa. Se la vita ci conduce, e ci condurrà (in barba ai sogni di prolungamento indefinito della vita umana) alla spoliazione, al non avere niente, alla dipendenza totale dagli altri (come quando venimmo al mondo) e poi alla nuda terra e alle braccia di Dio; se l'ultimo tratto della nostra vita prevede questa povertà, questo prosciugamento, perché negare l'esistenza di questo tratto estremo della vita umana, come se non ne facesse parte?
Perché voler tagliar via a tutti i costi questo lembo di povertà destinato a tutti, ricchi e poveri, presumendo che essa non abbia nulla da dirci riguardo alla nostra misteriosa condizione di uomini?
Certo, i principi astratti non hanno molto senso. E io, cattolico, non ho voglia di difendere un principio astratto. Il dolore di Martin è molto più grande delle mie opinioni. Vorrei soltanto che Martin sentisse l'abbraccio di Cristo sulle proprie spalle, e in quell'abbraccio potesse riguardare la sua Anna, ripensare alla vita con lei, riacciuffare quel desiderio, quell'alito, quell'aleph che c'è in tutti, e grida a Dio, anche senza saperlo, ed è più grande, infinitamente più grande, di qualunque testamento biologico.