Purghe comuniste in Rifondazione il partito di Bertinotti per pezzi

Nel Prc iniziano le purghe. Il senatore Turigliatto, che non aveva votato il documento di D'Alema sulla politica estera, innescando la crisi dell'esecutivo, è stato cacciato dal partito: <strong><a href="/a.pic1?ID=160749">&quot;Questo governo sta per crollare&quot;</a></strong>. I trotzkisti sono in rivolta contro Bertinotti, un deputato ha già annunciato che non darà la fiducia a Prodi

Roma - Non chiamateci più trotzkisti, è la preghiera del deputato Salvatore Cannavò, classe ’64, leader della corrente minoritaria di Prc Sinistra critica, 6 per cento all’ultimo congresso. «Viva i compagni anarchici di Barcellona!», prova a scherzare. Ma c’è poco da fare la vittima: quando la storia si ripete fuori contesto si chiama farsa. Chiedete al compagno Cannavò che significato dare alla sua affermazione: «Siamo oltre il trotzkismo, che resta solo un riferimento storico». Meglio ancora, lumi sulla summa: «Siamo trotzkisti per il mondo». Sfrondato dalle chiacchiere sul «protagonismo di massa», e dalla pretesa di rappresentare i movimenti no global, il nocciolo duro è questo: «Mantenere l’attaccamento forte all’idea originaria, alla Rivoluzione d’Ottobre. Gli altri la svendono, noi no».
Dunque, lotta armata? «La lotta armata è un delirio. La violenza un orrore». Come allora? «La Rivoluzione non fu questo, non si può parlare senza sapere». Niente sangue, una passeggiata fuori porta. «La Rivoluzione fatta attraverso i Soviet, non con i colpi di mano repressivi». Portato all’oggi? «L’anticapitalismo va combattuto con i movimenti di massa, con il protagonismo attivo». Spaccare vetrine è protagonismo attivo? «Manco a parlarne. Provocatore, non ti parlo più».
Ma se i reduci del trotzkismo finiscono oggi sotto il tallone del Partito, non è quello del Pcus o dei feroci compagni stalinisti della guerra civile spagnola. La «vittima» si chiama Franco Turigliatto, di professione senatore, essendo stato «nominato» dal Partito in virtù della legge elettorale vigente. Un errore? «Un errore», ammettono i vertici. Sbaglio la cui riparazione ha aspetti altrettanto farseschi. Su Turigliatto si è abbattuta la «feroce» vendetta dei «sicari di Giordano», sotto forma di «allontanamento» per due anni dal Prc, con decisione a maggioranza del Collegio di garanzia.
«La non partecipazione al voto - si legge nel dispositivo della sanzione disciplinare -, se non è stata la causa della caduta del governo, ha tuttavia creato grave tensione all’interno e difficoltà all’esterno del Partito, indicato come responsabile primo della crisi, e come quello che avrebbe aperto la porta a un possibile ritorno della destra alla guida del governo... Il compagno è stato sentito... Ha sostenuto il diritto di esprimere le proprie opinioni politiche. È stato chiesto al compagno se il suo comportamento poteva essere considerato un unicum cui non ne sarebbero seguiti altri. La risposta è stata che certamente lo avrebbe reiterato».
Il compagno Beria, a Mosca, non l’avrebbe redatto meglio. Ma ogni associazione ha il diritto di difendersi come vuole e sa. Dunque il problema Turigliatto, che continuerà a percepire lo stipendio di parlamentare della Repubblica non essendo possibile un «vincolo di mandato» (art. 67 della Costituzione), finisce qui. Anche se Turigliatto fosse venuto meno allo statuto di Rifondazione (art. 56, palesemente incostituzionale) e avesse infranto il patto non scritto di attenersi agli orientamenti del partito, arrecando a esso «pregiudizio». «Hanno tradito la nostra comunità», è la scomunica dei vertici, stavolta con linguaggio più aderente alla realtà. Come il ragionamento off the records: «Che potevamo fare? Sono incompatibili e ingestibili! Questi rispondono ad altre logiche e ad altri riti, come si poteva andare avanti? Occorreva un segnale per l’esterno...».
Ma se l’«errore Turigliatto», circoscritto in sé, comunque minerà la maggioranza al Senato (su Afghanistan, Tav e pensioni), il «vittimismo» trotzkista ha ambizioni maggiori. Bisogna dimostrare che «è fallita la linea governista di Prc», «Bertinotti è fuori linea» e «Prodi cadrà». Minaccia senza senso? Tutt’altro.
Cannavò vuole la sua rivincita congressuale: «Se il 40 per cento del partito ti dice che non è d’accordo ad andare al governo, tu pensi che non sia un problema? Qualcuno doveva pur metterlo nel conto...». Referente italiano della Quarta («Ma non prendo ordini da Krivine!», sostiene), ha spiegato che «siamo tutti Turigliatto» e si è dichiarato eroicamente «disobbediente dentro il partito». Non parteciperà al voto di fiducia al governo, né alle riunioni degli organismi dirigenti del Prc, tranne la Conferenza dell’organizzazione, dove scatenerà la battaglia finale. L’Armata rossa non aspetta altro che il ritorno del suo Comandante.