Puri Negri via da Pirelli Re con 14 milioni di buonuscita

Trattasi di nuda cronaca. Grazie al suo «dimissionamento» Carlo Puri Negri incasserà da Pirelli Re, di cui è stato ideatore, socio e vicepresidente esecutivo, 14 milioni di euro lordi; 9,4 milioni sono «indennità per anticipata cessazione di mandato» di due anni; 3 milioni per un patto di non concorrenza e, già che ci siamo, 1,6 milioni per un contrattino di consulenza della durata biennale. Ovviamente lo stipendio del 2008, vicino ai 2,5 milioni, è fuori da questa trattativa. Così come non viene computato il pacchetto di azioni, che Puri comprò con i suoi quattrini, a quota 26 euro anni fa.
La Pirelli Real Estate, creatura del manager controllata al 55% dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera, è oggi in una situazione drammatica. Il titolo piazzato in Borsa a 26 euro viaggia oggi intorno ai 4,7: calcolando il balzo fatto registrare negli ultimi giorni proprio in virtù dell’uscita del suo manager-fondatore. Nel 2008 Pirelli Re ha perso quasi 200 milioni ed è stata costretta a lanciare un aumento di capitale da 400 milioni. Se Pirelli Re non avesse avuto l’ombrello finanziario ed economico di Pirelli, sarebbe come le tante società immobiliari che stanno saltando come pop corn. Tronchetti ha così dovuto fare due mosse: riprendersi il controllo manageriale dell’ex gallina dalle uova d’oro (600 milioni di utili dal 2002 al 2008) e cacciare il suo parente-manager. Al suo posto è stato nominato un ex di Pirelli Re, Malfatto. L’inventore dei fondi immobiliari targati Bicocca, che decise di uscire, in polemica proprio con Puri, capitalizzando il suo investimento nei fondi al momento del boom.
Il Giornale, praticamente solitario, non ha partecipato all’orgia mediatica e giudiziaria che ha coinvolto Tronchetti nella gestione Telecom e che di fatto lo ha estromesso dal gruppo di tlc.
E il Giornale si rifiuta di accondiscendere alla pericolosa deriva populista affamata di «ricchi» da sequestrare. Ma il caso Puri dimostra come, senza esagerazioni, si debba ragionare sull’essenza profonda di un sistema capitalistico che non riesce ad espellere le tossine della sua irresponsabilità. Siamo passati da una bolla finanziaria e immobiliare ad una bolla autoassolutoria. È evidente anche ad un marziano ciò che è successo nei giorni scorsi in Bicocca. Tronchetti ha dovuto sbarazzarsi di un manager che ha portato la scommessa imprenditoriale ad un clamoroso flop. C’è poco da fare. Il sistema Pirelli Re era basato su una forte leva: un amplificatore dei successi quando il mercato immobiliare girava, ed uno speculare crollo quando la crisi è arrivata. Per fare questa operazione si è pagato un prezzo altissimo. Non solo in termini di quotazioni del titolo: e su questo anche Puri paga una fetta delle minusvalenze implicite nelle quotazioni di ieri. Ma anche e soprattutto nel tacitare gli appetiti e le possibili future rivendicazioni di un manager blindato, evidentemente, dalle leggi oltre che dalle consuetudini. Insomma a Pirelli e Pirelli Re costa meno elargire 14 milioni a Puri, che tenerselo ancora in casa. Ma il punto è proprio questo.
Il sistema di mercato non può abdicare alla sua funzione sanzionatoria. Non è possibile che a pagare gli errori del management siano solo gli azionisti (e poco importa che tra questi risulti anche Puri) e non anche i responsabili diretti del cattivo esito degli affari. Dal 2002 ad oggi, compresa la ricca liquidazione, Puri si è portato a casa 50 milioni di euro lordi. Tanto per dare un’idea, si tratta di un quarto del valore oggi in Borsa dell’intera società Pirelli Re. Non c’è alcuna propensione moralistica in questa constatazione. Ma semplicemente un riconoscimento del cattivo funzionamento del sistema di retribuzioni pensato per i top manager. Ovviamente, nonostante il suo clamore, il caso Pirelli Re non è certo isolato. Occorre far pagare chi sbaglia. Anzi banalmente occorre non pagare chi sbaglia. Marco Tronchetti Provera ha saggiato sulla sua pelle il peso di un’opinione pubblica spesso ridicolmente a lui avversa. In questa occasione avrebbe saggiato l’opinione avversa di un singolo. Non ha voluto farlo. E ha sbagliato. Non tanto e non solo per rispetto dei suoi azionisti di minoranza. Quanto per onorare quei principi di capitalismo etico di cui tutti oggi si riempiono la bocca.