Putin alza la voce: quello di Tbilisi è terrorismo di Stato

«Ci provocano perché si sentono protetti dai loro amici e sponsor occidentali»

da Mosca

Terrorismo di Stato con presa di ostaggi. Vladimir Putin usa toni durissimi per condannare le mosse della Georgia nella crisi con la sua Russia scoppiata (o per meglio dire aggravatasi, dato che i due Paesi non vanno per nulla d’accordo da quando Tbilisi ha conquistato l’indipendenza) con l’arresto mercoledì scorso di quattro ufficiali della ex Armata Rossa accusati di spionaggio. Putin ha convocato una riunione del Consiglio nazionale di sicurezza al termine della quale, nonostante le considerazioni durissime sulla dirigenza georgiana, ha ordinato di continuare il ritiro delle truppe russe secondo le previsioni. Andrei Popov, comandante delle forze russe nel Caucaso del Sud, di cui fanno parte quelle in Georgia, ieri aveva dichiarato che i suoi uomini sono «pronti ad usare le armi anche per uccidere nel caso in cui si presenti una situazione al di fuori della norma o una provocazione».
Il leader russo ha ieri parlato di «evidente provocazione georgiana contro la Russia», a suo dire condotta con l’appoggio di «sponsor stranieri» (la Nato e gli Stati Uniti, peraltro mai nominati esplicitamente). Putin si è lasciato andare a un paragone storico assai pesante, quando ha detto che le accuse di spionaggio rivolte agli ufficiali russi arrestati «sono un segno dell’eredità politica di Lavrenti Beria», il famigerato capo della polizia segreta staliniana, che era georgiano di origine.
Ma le parole di Putin che più hanno preoccupato sono quelle sui georgiani «che pensano di potersi sentire tranquilli e sicuri con la protezione dei lor sponsor occidentali». A Mosca si discute infatti di una nuova dottrina militare che prevede interventi armati all’estero «a protezione dei cittadini russi».
Oggi Putin consulterà sulla crisi i principali partiti politici russi.