Putin furioso: «La mafia non è russa, è italiana»

Tutti sorpresi dalla violenta polemica. Prodi è rimasto «senza parole»

Alberto Pasolini Zanelli

Dal - quasi - abbraccio alla - quasi - guerra fra l’Europa e la Russia. Almeno a parole, preparata da tempo da alcuni dei «belligeranti», subìta dai più, scoppiata proprio in una delle culle della «distensione» fra Mosca e l’Occidente: la Finlandia. Consumata in battaglie serrate, più propaganda che fatti, in un miscuglio di rancori, gaffe, insinuazioni e qualche confessione. Protagonista Vladimir Putin, l’uomo dalle molte sorprese ha sfatato stavolta il mito dell’infinita e oculata pazienza, di un reggitore del Cremlino e, per di più, di un veterano del Kgb. Ha incassato ed è sbottato. Non è riuscito ad avere l’ultima parola, ma ha scaricato molte «penultime» parole. Alla fine l’epicentro dello scontro lo ha visto impegnato contro la Spagna, ma lo «zar» ha tirato dentro anche l’Italia.
Non si era parlato che della «mafia russa» e allora Putin, nel corso di una polemica non esattamente in guanti bianchi con gli spagnoli, ha osservato che la parola mafia non è una parola russa, bensì italiana e che nel nostro Paese, e non nel suo, il fenomeno storico è cominciato ed è diventato internazionalmente noto. Pare che Romano Prodi, presente nel salone dell’Auditorio Sibelius di Lahti, dove venerdì scorso si è concluso il vertice informale tra Ue e Russia, non abbia «trovato parole». È stato sorpreso come diversi altri dall’esplodere della polemica. Che però non doveva sorprendere. Era previsto che si parlasse della Georgia, ma non della Cecenia, cioè di una crisi internazionale e non di quello che Putin considera un «problema interno» della Russia. Il tutto nel contesto della mancata ratifica della Carta dell’Energia, pendente dal lontano 1994. Ma il dibattito ha assunto subito toni più aspri del previsto e, forse, del convenuto.
A Lahti ad attizzare il fuoco sono stati soprattutto gli spagnoli, che per la verità avevano sparato il primo colpo. Se n’era incaricato un socialista, il presidente del Parlamento europeo, lo spagnolo Josep Borrell, autore di un attacco a fondo contro il presidente russo. All’insegna del sarcasmo: «Capisco che il signor Putin voglia parlare di politica energetica e di affari; ma non per questo dobbiamo chiudere gli occhi, per esempio, sull’Ucraina. Sono tutti i cittadini europei a essere preoccupati per la svalutazione in corso dei diritti umani in Russia. Le ricordo, signor Putin, che il Parlamento europeo ha dedicato un minuto di silenzio all’assassinio a Mosca della giornalista Politkovskaya e ha discusso le difficoltà, create dal governo, in cui si trovano le organizzazioni non governative in Russia. È vero che importiamo petrolio da Paesi peggiori del suo, ma è con il suo che vorremmo associarci e ciò esige che certi valori siano condivisi. Venga, signor Putin, a trovarci al Parlamento europeo». La risposta è stata ancora più bellicosa della domanda: «Non accetto lezioni di democrazia da nessuno. Tanto meno dalla Spagna, che in questo campo non ha niente da dire perché ha tanti sindaci in carcere per corruzione, per esempio quello di Marbella. Non abbiamo niente da dire né sulla Georgia né sulla Cecenia, perché gli europei hanno ben poco da insegnare dopo il ruolo che hanno avuto nella guerra in Jugoslavia». E via dicendo, tra l’indignazione degli uni, di fronte ad altri esterrefatti. Alla destra di Putin era seduta la cancelliera tedesca Angela Merkel, fra i più vigorosi sostenitori di un cordiale rapporto tra Europa e Russia, quasi quanto il presidente francese Chirac, che poche ore prima aveva di nuovo spezzato una lancia per un’intesa, esprimendo l’auspicio che il discorso sui diritti umani, pur valido, non si confondesse con quello degli affari.
Un altro che si è sforzato di calmare le acque è stato il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durao Barroso, che ha ripetuto che bisognava «spoliticizzare e sdrammatizzare» il discorso energetico. Non ha trovato l’auditorio più favorevole. Le tensioni venute alla ribalta erano state già attizzate, in una curiosa combinazione di sacro e profano, dalla menzione dei diritti civili in Russia e dai pettegolezzi sulle avventure femminili del presidente israeliano Katsav, con cui Putin si era congratulato per le sue «prodezze amatorie». Un humour un po’ da caserma, accolto da reazioni di una indignazione un po’ fuori dalle proporzioni. Segno che dalle due parti c’era fin dall’inizio il desiderio di menare - metaforicamente - le mani.