Putin furioso: manovre Usa sul voto russo

Il capo del Cremlino teme una rivoluzione arancione e scatena la repressione interna a cinque giorni dalle elezioni. L’Ue allarmata per le «azioni brutali»

Lo spettro di una rivoluzione arancione aleggia sulla Piazza Rossa e fa infuriare Putin, che vede complotti ovunque, con un solo mandante: la Casa Bianca. Ieri l’attacco sferrato dal capo del Cremlino è stato durissimo e diretto. Ha affermato che la decisione dell’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, di rinunciare a monitorare le elezioni legislative di domenica prossima, «è stata presa dietro raccomandazioni del Dipartimento di Stato americano».
La verità è assai diversa. L’Osce ha dovuto sospendere l’invio dei propri esperti perché Mosca si è rifiutata di concedere i visti. Ma Putin continua a cercare pretesti per intimidire i propri avversari e per tenere a distanza Washington. «Lo scopo degli americani è di screditare le elezioni, ma non raggiungeranno il loro obiettivo», ha dichiarato il presidente russo. «Ne terremo senz’altro conto nel proseguimento delle nostre relazioni con gli Stati Uniti», ha aggiunto.
La sua è una psicosi. Dal 2004 è convinto che la Cia voglia organizzare una rivolta popolare in Russia, come avvenuto in Ucraina e in Georgia. Qualche tempo fa il sospetto era plausibile. Oggi sappiamo che le ribellioni in questi due Paesi non furono spontanee, bensì organizzate da società di consulenza private statunitensi in stretto contatto con la Casa Bianca. Ma l’America non è quella del 2003 o del 2004 e non ha più il prestigio, né la forza strategica per organizzare manovre del genere che, per essere efficaci, devono avvenire nella più assoluta discrezione. E ora che il gioco è stato smascherato è improbabile che venga riproposto.
Ma Putin, che di natura è diffidente, non se ne capacita e prosegue imperterrito per la sua strada. Rientra in questo contesto anche la violenta repressione delle manifestazioni dell’opposizione a Mosca e a San Pietroburgo, che si sono concluse con l’arresto dell’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov e il fermo di oltre duecento simpatizzanti. Il movimento «Altra Russia» riesce a mobilitare poche migliaia di persone ed è influente nel panorama politico russo. Ma il capo del Cremlino è convinto che dietro allo stesso Kasparov, sceso in politica un paio di anni fa, ci siano gli Usa e per questo lo perseguita. I metodi sono quelli del vecchio Kgb: manganellate, intimidazioni, arresti sproporzionati. Un nervosismo accentuato dall’imminente fine del suo doppio mandato. In primavera Putin lascerà la carica di presidente e assumerà, probabilmente, quella di premier. Insomma non uscirà di scena. E intanto stringe la morsa.
L’Occidente sembra reagire. Il presidente della Commissione Ue Barroso ha espresso «forte rammarico per il fatto che le autorità abbiano giudicato necessario ricorrere ad azioni così brutali». Washington è preoccupata, il ministro degli Esteri francesi Kouchner ha chiesto spiegazioni. Ma oltre a protestare l’Occidente può fare poco. Putin lo sa e ne approfitta.
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