«Putin, giù le mani dai fondali del Polo Nord»

Il Dipartimento di Stato ironizza e ritiene ingiustificata ogni rivendicazione

Il giorno dopo la missione sui fondali del Polo Nord, fiato alla retorica in Russia. Sui giornali titoli osannanti. «Per la prima volta nella storia dell’umanità, è stato raggiunto il fondo dell’Oceano Artico sotto al Polo Nord», ha esultato la Izvestia. «La Russia lancia la battaglia per il petrolio dell’Artico», ha scritto la Vremya Novostei, mentre la Rossiiskaya Gazeta è andata oltre, parlando dell’«inizio di una redistribuzione del mondo». Putin ha chiamato i membri degli equipaggi dei due sottomarini ringraziandoli personalmente per questa «impresa memorabile».
Che sia storica non c’è dubbio; ma il mondo non sembra condividere la gioia del Cremlino. La posta in gioco, più che scientifica, è economica e riguarda i diritti di sfruttamento degli immensi giacimenti di idrocarburi. La bandiera russa piantata nella roccia a 4300 metri di profondità ha una valenza che non è sfuggita agli Stati Uniti, che ieri hanno messo in guardia Putin.
«Non so se i russi abbiano ancorato una bandiera metallica, di plastica o coperto il fondo dell’Oceano con un drappo - ha ironizzato il portavoce del Dipartimento di Stato Tom Casey - ma questo non ha alcun valore legale, né rafforza le pretese di Mosca». Come dire: giù le mani dal Polo Nord.
E l’America non è sola. Anche il Canada, la Norvegia e la Danimarca (a cui appartiene la Groenlandia) hanno ribadito la contrarietà nei confronti di Mosca. In realtà anche l’Onu sembra poco propensa a dare ragione a Putin. È dal 2001 che il Cremlino rivendica la sovranità di quei fondali marini, sostenendo che sono collegati alla Siberia tramite la dorsale marina di Limosonov. Se così fosse, secondo la Convenzione Onu della Legge sul Mare, Mosca avrebbe diritto di estendere i propri diritti al di là dei 320 chilometri attualmente riconosciuti dagli accordi internazionali. Ma fino ad oggi il comitato di esperti delle Nazioni Unite ha ritenuto infondata, per insufficienza di prove, tale richiesta.
Peraltro fino ad oggi gli Usa si sono rifiutati di firmare la Convenzione e starebbero preparando una contromossa: secondo fonti ufficiose, avrebbero dato mandato agli scienziati di studiare se esista continuità territoriale tra l’Alaska e i fondali dell’Artico. In caso di responso positivo Washington ratificherebbe il protocollo della Legge sul Mare, avanzando argomentazioni analoghe a quelle del Cremlino.
La sfida, insomma, è appena iniziata e la Russia è intenzionata a tirare dritto. Ieri il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha difeso le rivendicazioni territoriali, dicendosi «molto sorpreso» per le critiche formulate dai governi di Washington, Ottawa, Oslo e Copenaghen. Il Canada ha ridicolizzato le pretese di Mosca definendole «da Quindicesimo secolo», mentre il governo danese ha criticato la spedizione ritenendola «un’insensata operazione mediatica». Lavrov, però, ieri ha ribadito la posizione del suo Paese: «Ormai la bandiera è piantata», ricordando che la missione è finalizzata alla raccolta di prove scientifiche a sostegno della tesi della «continuità territoriale» con la Siberia.
Ma sarà sufficiente una missione durata in tutto sei ore? La maggior parte degli esperti citati dai media russi giura di sì. Qualcuno, però, dissente, come Ivan Frolov, direttore dell’Istituto di ricerca dell’Artico e dell’Antartico che ha sede a San Pietroburgo. «Dubito che questa immersione rappresenti una svolta - ha dichiarato - ma è perlomeno servita a dimostrare le capacità tecniche dei nostri sottomarini e l’abilità dell’equipaggio».
Insomma ci vuole altro per appropriarsi degli immensi giacimenti di petrolio, gas e, forse, anche di oro.