Putin ha incoronato Medvedev Il neo presidente alla prova Kgb

L’influenza dei servizi segreti, da cui proviene lo stesso ex leader, è ormai consolidata anche a livello economico: il giovane successore dovrà «smarcarsi»

La differenza è nel passo: marziale quello di Putin, ondeggiante quello di Medvedev. Anche lo sguardo è diverso: sicuro quello di Vladimir, vagamente inquieto quello di Dmitry. Tra il vecchio e il nuovo presidente russo ci sono quattordici anni di scarto (56 il primo, 42 il secondo) e un abisso di esperienza. Otto anni di permanenza al Cremlino hanno trasformato Putin. Quando divenne presidente, nel Duemila, era timido, a tratti impacciato, perdente nel confronto con il malandato ma carismatico Eltsin: ogni volta che parlava in pubblico, sfogava la tensione stringendo e allentando i pugni delle braccia rigidamente tese lungo i fianchi. Oggi è disinvolto e la popolarità gratifica il suo ego.
Accadrà lo stesso con Medvedev? E, soprattutto, Putin uscirà davvero di scena? Finora è andato tutto secondo copione. Il passaggio delle consegne è stato grandioso, come si conviene a una Russia che ha rialzato la testa. Il presidente entrante, accolto dal picchetto di guardia in alta uniforme, ha percorso da solo gli interminabili corridoi calpestando un rutilante tappeto rosso; poi due soldati hanno spalancato il portone dorato permettendogli l’ingresso, tra gli applausi, nello splendido salone di sant’Andrea. Una coreografia hollywoodiana. Il rituale, invece, è stato rigorosamente russo. Nessun sorriso, nessun gesto scomposto, discorsi brevi. Perché uno zar non ride, non gesticola come un presidente americano. Deve mostrarsi serio, consapevole della missione che gli spetta.
Da ieri Medvedev è presidente, mentre Putin è stato nominato primo ministro e già domani, ottenuta la fiducia del Parlamento, assumerà le nuove funzioni. Per la prima volta nella storia di Russia, il leader supremo accetta una carica di grado inferiore. Da qui il dubbio, destinato a restare tale per qualche tempo: Dmitry sarà un capo dello Stato a tutti gli effetti o una marionetta nelle mani di Vladimir? L’ipotesi più probabile è che Putin faccia da traghettatore, ovvero che resti alla guida del governo il tempo necessario al suo giovane, fedelissimo amico di prendere familiarità con il nuovo ruolo. Poi si ritirerà. D’altronde è quel che si aspetta la gente: il capo è uno solo. E il capo, in Russia, è colui che siede al Cremlino e che dispone, tra tanti poteri, anche della valigetta nucleare.
Nel discorso di commiato, Putin ha vantato i risultati ottenuti in due legislature e il merito di «aver posto obiettivi di grande portata a 20-30 anni». Medvedev ha accettato con riconoscenza questa eredità: «Sono state create le potenzialità per uno sviluppo stabile, che permetta alla Russia di diventare uno dei migliori Paesi al mondo», ha dichiarato. Ma al contempo ora si propone nuovi compiti, uno in particolare: «L’ulteriore sviluppo delle libertà civili ed economiche». Musica per un Occidente che da tempo denuncia le derive autoritarie di Mosca. Ma quanto sono credibili queste promesse? Basta promettere «innovazione in tutte le sfere della vita» per fare tornare la Russia sulla rotta della vera democrazia?
Nell’immediato si profilano due sfide per il nuovo presidente. Innanzitutto il rapporto con i servizi segreti, la cui influenza è consolidata, non solo nell’ambito della sicurezza, ma anche in quello economico. Oggi gli oligarchi più potenti provengono dall’Fsb (l’ex Kgb), come peraltro lo stesso Putin. Medvedev no, è un giurista: sarà lui a controllare i servizi o viceversa? Inoltre, la manna del petrolio potrebbe finire presto: l’arretratezza degli impianti di estrazione sta già provocando un calo della produzione e dunque, in prospettiva, delle esportazioni, ovvero della fonte che da otto anni alimenta la ricchezza della Russia. Un bel guaio per il giovane Dmitry.
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