Putin non sente le accuse e prepara il futuro da zar 

Ue e Osce lo attaccano ma è più forte che mai. E i giornali russi già parlano di "purghe". Lo Zar sarebbe pronto a scegliere successori fidati per poi ritirarsi e fare il manovratore

Mosca - E ora che farà Putin? Il giorno dopo il trionfo elettorale alle legislative, la Russia si interroga e non trova risposta. Qualcuno lo paragona a Chavez ma, contrariamente al leader venezuelano che domenica ha perso il referendum per ottenere la presidenza a vita, Vladimir appare più forte che mai. Certo, a marzo dovrà lasciare il Cremlino, nel rispetto della Costituzione che permette solo due mandati consecutivi, ma è nella posizione ideale per continuare a essere l’uomo chiave della politica russa. Un caudillo con gli occhi azzurri o, più propriamente, uno zar senza corona.

Sta andando tutto come voleva: domenica i russi si sono recati in massa alle urne, accordando un plebiscito alla sua Russia unita, che ora controlla il Parlamento con 315 seggi, oltre il quorum per modificare la Costituzione.

Ha vinto con i brogli? Senza dubbio. Ieri il quotidiano Novaya Gazeta li ha quantificati, svelando i risultati degli ultimi sondaggi: senza trucchi il partito del presidente avrebbe ottenuto meno del 40%. Un massacro della democrazia, che ha indotto l’Ue e l’Osce e la maggior parte dei governi occidentali a protestare ufficialmente.

Ma Putin se infischia e va avanti. Il finale pare già scritto: il 17 dicembre Russia unita si riunirà in Congresso per indicare il candidato alle presidenziali. Il nome più gettonato è quello del premier Viktor Zubkov, che ambizioso non è e nemmeno giovane: ha 66 anni, non appartiene a clan politici ed è un fedelissimo di Putin. Insomma, un perfetto presidente-fantoccio, disposto a restare in carica per quattro anni o forse anche meno; per poi, ridare la poltrona a Vladimir, che nel frattempo continuerebbe a guidare il Paese come leader della maggioranza o addirittura come capo del governo.
Ma da ieri questa ipotesi appare meno probabile. Ed emerge un nuovo scenario. Sorprendente, paradossale, come il clima che si respira in queste ore a Mosca. Non c’è gioia tra la gente e nemmeno tra i fedelissimi del presidente, tra i quali percepisci smarrimento, incertezza, tensione. Tanta tensione. I miliziani hanno circondato la casa di Garry Kasparov, impedendogli di deporre un fiore davanti alla commissione elettorale in segno di lutto per la scomparsa della democrazia. Chiedi interviste a personaggi vicini al Cremlino, solitamente loquaci, e improvvisamente si negano. Leggi i giornali e intuisci perché. Viceministri arrestati, alti funzionari indagati, fulminanti scoop sugli arricchimenti illeciti del vice di Putin, Igor Secin.

Nei giorni scorsi uno degli uomini più influenti dell’amministrazione, Viktor Cherkesov, ha scritto una lettera in cui invita i suoi pari «a smetterla di farsi del male». Troppi gli spifferi. Putin controlla il Parlamento, ma forse non il suo clan. Il giornale Nezavisimaya Gazeta annuncia imminenti purghe tra personaggi che sembravano intoccabili, come il presidente della Camera Boris Gryzlov e il suo vice Vyaceslav Volodin. Qualcuno sussurra: la guerra tra le diverse fazioni è cominciata. E allora Putin deve inventarsi un’altra soluzione.

Quale lo ha spiegato domenica notte, a urne appena chiuse, un analista che al Cremlino è di casa, Sergei Markov: Vladimir si appresterebbe a dare il proprio appoggio non a uno, bensì due candidati.

Una variante che il politologo Georgi Satarov, per anni consigliere di Eltsin, ritiene plausibile. È il vecchio saggio della politica russa, conosce Putin da anni e le logiche del Cremlino. Al Giornale racconta: «Mi immagino questa scena: il 17 dicembre il Congresso nomina il signor X. I giornalisti vanno da Putin e lui commenta: "Lo conosco bene, da bambino giocavamo a calcio assieme ed è stato un funzionario esemplari. Ha le doti per essere un grande presidente"». Tutti pensano: è fatta. «Ma due giorni dopo Russia Giusta, il partito-fantasma creato dal Cremlino e che miracolosamente è riuscito a entrare in Parlamento superando la barriera del 7%, si riunisce e candida un altro amico di Vladimir - continua Satarov -. I giornalisti si precipitano dal presidente e lui commenta: "Lo conosco bene, abbiamo lavorato assieme in Germania. Potrebbe essere un grande presidente"». E a quel punto sparisce di scena. Li lascia uno contro l’altro. Nessuno dei due vince al primo turno, si va al ballottaggio in un contesto sempre più incerto. È il regolamento di conti all’interno del clan. Chi vince governa. Con Putin o, più probabilmente, senza. Secondo Satarov, Vladimir non vede l’ora di uscire di scena: ai fasti del Cremlino preferirebbe gli agi da superoligarca: un miliardario alla guida di un impero economico. Il finale che nessuno si aspetta.
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