Putin: "Prepariamo le nuove atomiche"

&quot;Per la difesa nazionale abbiamo piani grandiosi&quot; dice il presidente russo a Bush. Davvero si va verso la terza guerra mondiale? Leggi le opinioni di <a href="/a.pic1?ID=214223" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Maria Giovanna Maglie</font></strong></a>,<font color="#0000ff"> <a href="/a.pic1?ID=214224" target="_blank"><strong>R.A. Segre</strong></a></font>, <a href="/a.pic1?ID=214225" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Fiamma Nirenstein</font></strong></a>, <a href="/a.pic1?ID=214227" target="_blank"><strong>Alberto Pasolini Zanelli</strong></a>

La Terza Guerra mondiale paventata da Bush è, verosimilmente, lontana; ma i toni, quelli sì, sono più che mai bellicosi. E non solo tra Washington e Teheran, ma anche - in queste ore soprattutto - tra la Casa Bianca e il Cremlino, in un mondo dove, improvvisamente, si moltiplicano le crisi. Gli Usa hanno problemi con la Cina per l’onorificenza concessa dal Congresso Usa al Dalai Lama; con la Turchia che minaccia di sconfinare nel nord dell’Irak a caccia dei curdi del Pkk; persino con la Corea del Nord, che, secondo fonti di intelligence, potrebbe rinnegare l’accordo, appena raggiunto, di rinuncia all’arsenale nucleare.

L’America è ancora la superpotenza dominante, ma vede di giorno in giorno erodersi la sua credibilità e dunque la sua forza persuasiva. Le tensioni di oggi nascono, purtroppo, dallo sfacelo iracheno e non è un caso che si riverberino sulla vicina Teheran. Nel discorso dell’altro ieri Bush ha avvertito che «un Iran in possesso della bomba atomica rischierebbe di mettere il pianeta sulla strada della Terza Guerra Mondiale». Ieri la Casa Bianca ha smorzato i toni sostenendo di aver usato «una figura retorica», ma la questione rimane sul tavolo.
E ieri gli ayatollah hanno risposto, ma senza scomporsi. «È solo guerra psicologica», ha dichiarato il vice capo del Consiglio supremo della sicurezza nazionale Rahmani Fazli. «Queste dichiarazioni mostrano la collera degli Stati Uniti di fronte ai successi dell’Iran sulla scena internazionale». Eppure i piani per un bombardamento massiccio del Paese sono pronti da un pezzo al Pentagono e i generali attendono solo il via libera della Casa Bianca. Perché Teheran, che di solito dà fiato alla retorica, questa volta è così tranquilla? E di quali successi parla?

Le risposte portano a Mosca. Gli iraniani si sentono forti perché dopo la visita di Putin, martedì scorso, sanno di poter contare sulla protezione del Cremlino, che non permetterà l’approvazione di nuove sanzioni dell’Onu e che si opporrà ai raid statunitensi. Non è un caso che sia stato Putin - e non Ahmadinejad - a replicare a Bush. Il presidente americano non ha gradito quel viaggio a Teheran? Il leader russo avverte che il suo Paese sta «preparando missili nucleari completamente nuovi», nell’ambito «di un grandioso piano per ammodernare tutte le difese nazionali». Insomma, annuncia una nuova atomica in risposta al proclama apocalittico del capo della Casa Bianca.

Lo zar Vladimir va oltre: «Per fortuna la Russia non è l’Irak ed è abbastanza forte e ricca per difendere i suoi interessi sul suo territorio». Come dire: se non fossimo rinati rischieremmo di soccombere all’invadenza americana. Il riferimento è a un altro nodo irrisolto, quello dello scudo spaziale che Washington vuole creare in Polonia e in Repubblica Ceca. Mosca, come noto, si oppone ed è pronta «ad applicare contromisure adeguate»; ad esempio puntando i missili nucleari sulle grandi città europee o dispiegandone di nuovi a Kaliningrad. Ma gli Usa non desistono e ieri il premier polacco Jaroslaw Kaczynski ha alimentato ulteriormente la polemica affermando che lo scudo «è necessario per proteggersi dai russi».

Dichiarazioni indigeste per Putin, che ieri ha parlato anche della guerra in Irak, chiedendo una data per il ritiro delle truppe: «Gli americani hanno insegnato loro a sparare, ma per ora non sono riusciti a portare l’ordine - ha ironizzato -. E difficilmente ci riusciranno». Scontato il diniego di Washington, che però ha dovuto incassare una notizia spiacevole: Bagdad ha stipulato con Iran e Cina contratti per 1,1 miliardi di dollari per la costruzione di due centrali elettriche, a riprova della crescente influenza di Teheran nel Paese un tempo retto da Saddam Hussein. D’altronde nella Washington che conta tutti sanno che il vero motivo ad aver indotto Bush a ipotizzare un nuovo conflitto mondiale, non è la bomba nucleare, la cui costruzione è ancora in fase preliminare, bensì l’Iran. Gli Usa non possono permettere che l’Irak finisca sotto il controllo di Ahmadinejad. E ancor meno lo vogliono Israele, l’Arabia Saudita, il Kuwait. Se quest’inverno la parola passerà alle armi sarà soprattutto per bloccare l’espansionismo degli ayatollah.

Intanto degenera il rapporto con il gigante emergente, la Cina. Pechino ha convocato l’ambasciatore americano per protestare contro l’attribuzione della Medaglia d’Oro al Dalai Lama, leader tibetano in esilio. «Gli Usa devono smetterla di interferire nei nostri affari interni - ha dichiarato un portavoce governativo -. Hanno minato seriamente le relazioni tra i due Paesi e ora devono intraprendere passi concreti per ricucirle». Ma Bush in questi frangenti ha la testa altrove. Senz’altro più ad Ankara che a Pechino, considerato il rapido peggioramento delle relazioni con un alleato di sempre, la Turchia. Il presidente americano il prossimo 5 novembre riceverà alla Casa Bianca il premier Tayyip Erdogan. In gioco c’è un’altra guerra, non mondiale, ma certo imbarazzante: quella che l’esercito di Ankara vuole lanciare contro i curdi nel nord dell’Irak e che Bush vuole scongiurare ad ogni costo.
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