Putin riabilita l’Urss e conquista il Polo

Vento revisionista sulla Russia per il rapporto col passato d’epoca comunista. In un incontro con gli esperti di scienze umane, in giugno, Vladimir Putin ha detto che la storia dell'Urss ha «meno pagine nere che quella degli Stati Uniti» e che la repressione staliniana era stata «meno atroce» che la guerra del Vietnam e il nazismo. «Non abbiamo usato armi atomiche contro civili», ha anche detto, riferendosi a Hiroshima e Nagasaki, aggiungendo che mai la Russia aveva «cosparso d'agenti chimici migliaia di chilometri quadrati», come gli americani avevano fatto nel Vietnam.
Messaggio chiaro. Basta condanne del totalitarismo comunista e dei suoi milioni di morti, come ai tempi di Eltsin, che sognava un processo di Norimberga per comunisti, salvo rinunciarvi alla fine del 1992, sotto pressione della nomenklatura ex-sovietica. Lungi dall'esorcizzare i demoni totalitari, la Russia di Putin sembra attingere dal passato comunista legittimità e continuità, rischiando di perpetuarne i metodi criminali. Tornano vecchi sistemi, come l'improvviso internamento, cinque giorni fa, della giornalista Larissa Arap, per aver denunciato maltrattamenti di bambini in un manicomio. La Russia non s'è mai pentita dell'uso repressivo di queste istituzioni ai tempi dell'Urss.
Grande successo, intanto, di film e libri patriottici che riducono i crimini di Stalin, per sottolinearne il ruolo di vincitore del nazismo. Ogni anno il giorno del cekista (l'agente della polizia segreta) viene celebrato dal presidente, mentre il settantennale del terribile 1937 è passato sotto silenzio. Venendo da Putin, ex-ufficiale del Kgb e devoto del fondatore dei servizi segreti comunisti, Felix Dzerjinski, di cui ha portato il busto arrivando al Cremlino, il ritorno al passato non stupisce. Il presidente non aveva definito il crollo dell'Urss «la maggiore catastrofe del XX secolo»?
Ma ciò traduce anche lo stato d'animo generale d'un popolo orfano del sogno comunista. Una passione che fa assolvere la storia del periodo comunista. Ora sta distruggendo lo slancio della «rivoluzione degli archivi» dei tempi di Gorbaciov ed Eltsin. Nella sede del Memoriale, associazione per le vittime del comunismo, c'è inquietudine. Nei corridoi ingombri di carte, un gruppetto di storici classifica milioni di vittime. L'associazione sa d'esser nel mirino. Lo storico Nikita Petrov lamenta: «Siamo trattati da falliti che agitano brutti ricordi, dividendo la nazione». Il Fondo per la democrazia del defunto Alexander Iakovlev, numero due del Politburo sotto Gorbaciov, è escluso a sua volta dal dibattito pubblico, sebbene pubblichi ancora archivi inediti sui grandi crimini d'epoca comunista (oltre cinquanta volumi). Iakovlev, unico capo sovietico pentitosi pubblicamente d'aver appartenuto «all'organizzazione criminale del Pcus», da alcuni era visto come un traditore. La figlia ne continua l'opera quasi di nascosto.
Altro esempio: l'ex direttore dell'Istituto degli archivi, Yuri Afanassiev, fondatore dell'Università umanitaria di Mosca, ha dovuto lasciare il posto nel 2006, per essersi fatto pagare dal petroliere Mikhail Khodorkovski, oggi imprigionato in Siberia. Petrov dice: «Le pressioni sono indirette, ci si fa capire che è meglio smetterla...». E nota: «Un accesso sempre minore agli archivi e il ritorno alla storia mitologica».
Il regista Nikolaï Dostal constata che «i film restano senza distribuzione, se sono antipatriottici». Ma il suo sulla vita del grande scrittore del Gulag, Varlam Shalamov, è stato diffuso dalla tv in giugno in un'ora di punta. C'è chi ne deduce che le cose non siano catastrofiche. Al Fondo dello straniero russo, insolita istituzione patrocinata da Alexander Soljenitsyn, si ha fiducia. «Chi avrebbe immaginato un tempo che ci sarebbe stato un centro per rendere alla Russia la memoria dell'emigrazione bianca!», esclama il direttore Viktor Moskvin. Nel bel palazzo offerto dal comune di Mosca, stanno tornando, specie dalla Francia, migliaia di pezzi d'archivio. Il Fondo, con una casa editrice, è divenuto una fucina intellettuale, che permette di ricostruire il mosaico dell'avventura umana e politica degli emigrati, frammento di storia che era stato amputato. Dice Moskvin: «Non sentiamo pressioni del potere, anzi». Il patrocinio di Soljenitsyn dà al Fondo legittimità patriottica agli occhi del Cremlino (lo scrittore è stato decorato in giugno da Putin). Paradossalmente il grande nemico del totalitarismo comunista fiancheggia il potere che ri-sovietizza la storia russa.
Marie-Laure Mandeville
(Traduzione di )
Le Figaro/Volpe