Putin spaventa l’Ue: «Un cartello del gas? Ipotesi interessante»

L’organizzazione, composta anche da Iran e Algeria, controllerebbe la metà del mercato mondiale con inevitabili ripercussioni sui prezzi

da Milano

Più che una conferenza stampa, un evento mediatico da rock star, con più di 1.200 giornalisti radunati all’interno delle mura del Cremlino per oltre tre ore. Ma le parole pronunciate ieri da Vladimir Putin non sono state musica per l’Europa: «L’idea di un’Opec del gas è interessante: ci rifletteremo», ha sottolineato il presidente russo, alimentando così i timori occidentali di un utilizzo dell’energia come arma politica. Accusa respinta ancora una volta, seccamente, da Putin: «Non è la verità».
Le preoccupazioni, tuttavia, permangono. E risultano tutt’altro che infondate in considerazione dei più recenti orientamenti di Mosca: dalla creazione di un canale unico per il trasporto del gas, mezzo con cui tenere alla larga le compagnie straniere, alla nazionalizzazione delle piattaforme off-shore, ricollocate sotto l’ala dei colossi di Stato Gazprom Rosneft; dalle intese con l’Algeria per l’accesso ai pozzi di petrolio e di gas, fino agli accordi sottoscritti con l’Iran tesi a coordinare al meglio la produzione di gas. La Russia, insomma, è in grande movimento. E dopo aver conosciuto meno di 10 anni fa l’onta del default per non aver onorato un debito da 40 miliardi di dollari, sembra volersi prendere la rivincita con gli interessi: forte dei ricchi introiti garantiti dall’energia, punta a scavalcare entro la fine dell’anno Italia, Francia e Gran Bretagna nella classifica del Pil. Non a caso, Putin ha ieri sottolineato come la ricchezza nazionale abbia varcato la soglia dei 1.000 miliardi di dollari, anche se «c’è ancora molto da fare» per tornare ai livelli del 1990. E sul versante petrolifero, Mosca non nasconde di voler superare l’Arabia Saudita, da sempre leader mondiale. Un obiettivo che, secondo quanto riferito la scorsa settimana dal vicepremier Dmitri Medvedev, sarà reso possibile grazie agli investimenti per 300 miliardi di dollari che serviranno ad alzare l’output di una volta e mezzo.
La possibile creazione di un Cartello in cui Mosca reciterebbe per forza di cose un ruolo di primo piano (suo è il 30% delle riserve mondiali di gas, concentrate per lo più nei ricchi giacimenti siberiani), ha dunque il sapore quasi di una provocazione nei confronti dell’Unione europea, che rivendica il diritto di «coordinare gli interessi dei consumatori». Il presidente russo ha garantito che, in ogni caso, non sarà mutuata in toto la formula creata dall’Opec nel 1960. Ma ciò non può rassicurare del tutto il Vecchio continente, che dipende per circa il 30% dalle forniture di Gazprom e ha pagato a caro prezzo prima la crisi Russia-Ucraina e poi il braccio di ferro tra Russia e Bielorussia.
D’altra parte, l’eventuale costituzione di un club composto da Mosca, Algeri e Teheran avrebbe il controllo di metà della produzione mondiale di gas. Questa triade sarebbe quindi in grado di condizionare pesantemente i prezzi, forse ben più di quanto l’Opec non riesca a fare. Ieri infatti, nel primo giorno di entrata in vigore del taglio produttivo di 500mila barili al giorno deciso dal Cartello, le quotazioni sono scese al di sotto dei 58 dollari il barile. Oltre ai realizzi, il ribasso è legato allo scetticismo dei mercati sulle motivazioni del rally che in appena due settimane ha portato il barile ben lontano da un minimo di 49,90 dollari.